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Come giocavamo
Nascondino
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Noto anche come "Rimpiattino" , in messinese mmucciatedda, è un gioco fatto di niente ma col quale ci si divertiva in un modo incredibile. Scelta la cosiddetta "tana" (un tronco d'albero, la porta di una casa, un'automobile, ecc.) si designava chi doveva "stare sotto" tramite la "conta", ossia una filastrocca che si concludeva per lo più con una frase del tipo "tocca a te!". Il prescelto doveva poi contare ad occhi chiusi fino ad un numero concordato tutti insieme che generalmente era fino a 31 mentre gli altri partecipanti al gioco andavano a nascondersi. 

Finita la conta si diceva "trenta e trentuno a chi vedo non voglio sapere niente"(trenta e trentunu a ccu vidu vidu nun vogghiu sapiri nentiiiii) , chi "stava sotto" iniziava a cercare i compagni di gioco. Avvistatone uno doveva gridarne il nome (a volte anche toccarlo) e correre fulmineamente verso la "tana" insieme al giocatore appena scoperto. Il primo dei due che raggiungeva la "tana" doveva toccarla e gridare a squarciagola "tana!".

Di conseguenza il meno veloce dei due doveva "stare sotto" a sua volta e riprendere la caccia ai giocatori nascosti. Chi riusciva a raggiungere la "tana" con successo poteva così gustarsi il resto del gioco da puro spettatore. L'obiettivo dei giocatori nascosti era di cercare di lasciare i rifugi senza essere visti o toccati e di raggiungere il punto di tana gridando "tana" per liberare sé stessi, oppure il favoloso "tana liberi tutti". Ogni mano si concludeva quando tutti i giocatori erano stati scoperti e ne restava uno "sotto", non necessariamente quello che era stato designato inizialmente con la conta.

 
Acqua, fuoco e fuochino
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E’ un gioco molto semplice, occorre un qualsiasi piccolo oggetto.

Si coprono gli occhi con una benda ad un bambino, mentre un altro bambino nasconde l’oggetto stando attento a non fare rumore. Si toglie la benda al bambino ed a questo punto il gruppo degli altri bambini lo aiuta a ritrovarlo utilizzando le parole “acqua… acqua” se il cercatore si allontana dal nascondiglio; “fuochino …. fuochino” se si sta avvicinando; “fuoco… fuoco” se è molto vicino. Il bambino allora cercherà solo in quella zona finché lo avrà trovato. Un grido di gioia segnala il ritrovamento. A questo punto si potrà ripartire con un altro giocatore. E’ questo un gioco che si pratica all’aperto.

 
Albero della cuccagna
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Si tratta di un alto palo in cima al quale, da una ruota, spesso recuperata da una vecchia bicicletta, pendono prodotti alimentari, salami, prosciutti salsicce. Giovani robusti ed atletici si arrampicano sul palo per staccare i premi. Non è certo facile perché il palo è stato preventivamente ricoperto di abbondante grasso.

Capita quindi che il giocatore arrivato in prossimità del premio scivoli inesorabilmente verso il basso. E’ un gioco che si fa prevalentemente a squadre ed è molto spettacolare.

A Messina, ancora oggi la Domenica di Pasqua l’albero della cuccagna viene riproposto dalla Confraternita di S. Maria della Mercede in San Valentino e riscuote ancora un notevole successo di partecipanti e di pubblico.

Nella seconda quindicina di agosto l'albero della cuccagna viene ancora praticato nella festa della Madonna del Buon Viaggio al Ringo.

La festa è caratteristica per il “palo a mare”, una sorta di albero della cuccagna  proteso sul mare orizzontalmente e che, unto di grasso, è preso d’assalto da giovani e non per conquistare i premi messi in palio per il primo che raggiunge la sua estremità e strappa la bandierina.

Nel villaggio Bordonaro si effettuava "U Pagghiaru" villaggio collinare di Messina, è sostanzialmente, nella forma odierna, un albero della cuccagna.

Indagini più accurate fanno risalire la sua origine all’XI secolo, introdotto dai Padri Basiliani che portarono dall’Armenia l’uso di festeggiare il giorno del Battesimo del Signore con riti solenni celebrati sotto un grande albero a forma di capanna.

Alcuni giorni prima dell’Epifania, un gruppo di persone si reca sui monti vicini per raccogliere i rami da utilizzare per la costruzione del Pagghiaru; generalmente si tratta di rami di corbezzoli, in dialetto locale detti “’mbriacheddi “ perchè era usanza, un tempo, mangiarli in osteria bevendo il vino. Successivamente, in progressione, si erige il palo di sostegno; si assembla la ”cruciera”,  che consiste in una grande ruota composta da due cerchioni di ferro dove vengono fermati, a doppia croce quadra, dei tronchi d’albero; s’innalza la ”cruciera”; si appronta il fasciame esterno, intrecciato secondo le antiche tecniche dei cestai;  si riveste lo scheletro con rami di corbezzolo; si addobba  con arance, limoni, mandarini, ciambelle di pane azzimo, tondini di cartone colorato e cotone idrofilo; si colloca infine, alla sommità del Pagghiaru, una croce ricoperta d’arance, ciambelle, salsiccia. Sarà questa croce il palio della vittoria agognato da tutti gli scalatori. 

Il giorno della festa dell’Epifania, il 6 gennaio, dopo aver celebrato la Santa Messa il parroco si avvia seguito dalla folla di fedeli e dagli scalatori verso lo spiazzo dove è stato eretto “‘u Pagghiaru “. Dopo la benedizione i concorrenti, al segnale di partenza, iniziano ad arrampicarsi sull’intelaiatura oscillante cercando di arrivare per primi in cima e conquistare la croce sommitale.

Il vincitore viene acclamato e portato in trionfo mentre tutti gli altri spogliano l’albero, lanciando sulla folla gli addobbi che assumono, così, una funzione apotropaico-devozionale.

La scalata al “Pagghiaru”, che è sottolineata nel suo svolgersi dalle note di suonatori di zampogna, si conclude con il tradizionale spettacolo del  “cavadduzzu e l’omu sabbaggiu“, uno spettacolo pirotecnico dove due uomini si collocano dentro strutture di legno a rappresentare un animale ed un uomo selvaggio, in una sorta di lotta-pantomima con scoppi di petardi, mortaretti ed accensione di fiaccole.

L’albero della cuccagna per la sua complessa struttura era praticato nelle feste patronali più importanti.

 

 
Alatalena
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E’ un gioco antichissimo e sempre attuale, l’altalena si trova praticamente in tutti i parchi gioco per bambini. Una volta bastava un albero con un ramo resistente, una fune ed un pezzo di tavola.

La fune veniva fissata al ramo dell’albero con le due estremità e la tavoletta alla base della fune in modo da realizzare una superficie su cui sedersi.

A questo punto bastava un’energica spinta, un po’ di coraggio e si iniziava a volare. Bisognava però tenere sempre sotto osservazione il ramo dell’albero per evitare cadute rovinose.

 
Aquilone
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I ragazzi si costruivano da soli il proprio aquilone, in messinese planeta. Erano necessari due bastoncini incrociati, che si potevano ricavare dalla canna oppure dai gambi secchi delle ortiche. Dopo averli fissati solidamente al centro, si ricoprivano con un foglio di carta velina leggerissima o una pagina di giornale. Il tutto veniva tenuto insieme da una colla preparata con un impasto di farina bianca ed acqua, opportunamente diluito. All’ aquilone si appendevano delle lunghe code, fatte con anelli di carta colorata. La guida dell’aquilone avviene mediante un lungo filo, ricavato dai gomitoli di cotone che solitamente si trovavano in casa.

L’abilità del costruttore stava nel dare il giusto equilibrio all’ aquilone, bilanciandolo tra la testa e la coda, in modo che potesse prendere agilmente il volo e salire sempre più in alto, fino quasi a scomparire in cielo.

Le origini dell’aquilone vanno ricercate in Cina dove veniva realizzato con bambù e seta e, lasciato librare nel cielo, assumeva significati religiosi, il suo volo rappresentava una sorta di collegamento tra gli uomini e il cielo e quindi con le divinità.

 
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