La leggenda di Colapesce

 

 

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Il peregrino che con luna piena, va per lo Stretto sulla via del mare,

udrebbe una figura sussurrare all'onde una dolce cantilena.

Se poi il peregrin gli si avvicina, vedrà costui con uno strano aspetto:
le alghe lo ricovron fino al petto, e nei capelli occhieggia una sardina.

Per la curiosità si mette a domandare: "Chi siete mai? E a parlar vi riesce?".
" Non sono, io fui, muntuato Colapesce per la mia valentia nel sommozzare.

Per molte braccia sempre giù nel mare, che non avea per me alcun segreto,
niuno mi poteva tener dietro scendendo al fondo senza respirare.

Con bianche crozze di antichi marinai, con un sogghigno dall'aspetto truce,
c'erano pesci dalla strana luce e scheletri di navi morte ormai.

C'era Cariddi, che in un antro stava; tre volte al dì usciva dalla tana
ingurgitando con la sua fiumana uomini e barche nei gorghi che formava.

Questo mio fare era di mamma il duolo. Ella veniva a riva e mi chiamava:
credendomi perduto lacrimava: le portavo di pesci un buon lenzuolo!

Un dì arrivò il gran Conte, vinto il Moro, con lui dappresso tutta la famiglia:
una leggiadra giovane la figlia, con gli occhi azzurri e dalle chiome d'oro.

La storia, che io fossi un bravo nuotatore, fu udita da costui che non credea:
" Gli venisse approntata una galea! ", perché volea provare il mio valore.

Giunse alla casetta mia di pescatore: dovea vedere questa meraviglia.
Egli era accompagnato dalla figlia; per lei sentii un subitaneo amore.

Venni portato nel mezzo dello Stretto, dal mare fondo, là verso Peloro:
lei si sfilò un anello tutto d'oro; lo buttò in mare dentro un fazzoletto.

"Un bacio avrai se me lo riporterai", diceva; allora io mi tuffai appresso a quello;
ed infine, trovato il suo gioiello, ero felice per quel che m'attendeva.

Assommai; le porsi quell'anello; repente anche il suo cuore s'infiammò:
bellissimo il suo volto si chinò, verso di me dal bordo del vascello.

Dolce fu il bacio... poi fu fatalità: scivolò in mare per l'equilibrio perso;
fu avviluppata in un gorgo perverso: c'era Cariddi là in profondità.

Fui allora preso dalla mia arditezza, così seguii della sua veste il segno.
Il mostro la voleva nel suo regno: non l'uccideva per la sua bellezza.

L'aveva a una colonna ben legata, ch'era alla base di Trinacria in punta.
Guardando vidi ch'era assai consunta ed anche fortemente lesionata.

Rompendosi l'avrebbe seppellita, portando morte e alla città gran danno;
la liberai dai lacci con affanno. Vedemmo il sole dopo risalita.

Il conte grato mi fece grande onore e mi promise la sua figlia in sposa.
Io rifiutai: se la colonna, erosa, cedeva, avremmo avuto tutti gran dolore.

"Addio mio dolce amore, mamma mia addio, io lascio voi e lascio questo mondo,
torno laggiù, proprio laggiù sul fondo, per la mia Terra e che mi aiuti Iddio".

Dall'alto su nei cieli il buon Signore sentì questa mia forte invocazione;
un angelo discese a protezione e per quel mostro fu l'aggiogatore.

Cariddi in rema venne trasformata: da allora il gorgo non è più assommato.
Mi rituffai col pianto sconsolato della mia contessina tanto amata.

Ora di tutti i pesci mi onora l'amistà. Puntello la colonna se si incrina,
qualche tremor si sente per Messina, che è sempre viva e mai sprofonderà.

Con luna piena torno sulla riva e narro all'onde per l'eternità
questo mio amore per la mia città e per la mia bella come fosse viva".

Una galea si vide ritornare... una bionda fanciulla lo chiamava,
un anello di sposa gli gettava... poi si sentì una mamma lacrimare.

 

Italo Rappazzo

 

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