L’assedio di Messina Vespri siciliani 1282

L'autore rievoca poeticamente le eroiche gesta del popolo messinese durante la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282. Inoltre nell'opera vengono richiamate le più famose le tradizioni della sua città.

Storia e leggenda

1-“Palermo contro noi s’è ribellata !”
fu per re Carlo la feral notizia (1)
che gli venne da un messo riportata
mentre stava dal Papa in amicizia. (2)
Molti dei Franchi d’ogni contrada,
e il suo amico Jean di San Remy, (3)
erano stati passati a fil di spada,
dopo la Pasqua, il giorno martedì.
Al grido “Mora, mora!”, sì cruento,
tutta Trinacria stava nel fermento. (4)

 

2-April ventotto Messina si riscosse;
essa desiava tanto quel momento:
il popol tutto all’armi si rivolse,
per metter fine ad ogni patimento.
Entro Matagriffone era serrato, (5)
con i suoi fidi, d’Orleans Eriberto; (6)
del suo potere egli fu privato.
L’antico orgoglio venne riscoperto:
il vessillo ch’era rosso d’or crociato (7)
su una cima del Duomo fu innalzato. (8).

 

3-Il sire si mostrò molto adirato:
di far la guerra di Bisanzio al regno,
s’era da lungo tempo preparato:
da Francia e da li Guelfi ebbe sostegno.
Grande schiera di gente fu adunata:
settantacinquemila, eran tanti,
si mossero per dare una mazzata,
superbi cavalieri con i fanti.
Ei con dugento galee, vele al vento,(9)
partì pensando ad un facile cimento.

 

4-Messina doveva essere l’inizio
d’esemplare e severa punizione
per quella gente, il cui malefizio
avea dato al suo re tribolazione.
Accorsero in città con le lor spade
uomini fieri, ognuno con le scorte:
Siciliani di tutte le contrade,
per sostenere assedio duro e morte.
Furono le difese rafforzate,
e le bocche del porto incatenate.

 

5-Elesse il popolo a guida generosa,
il conte Alaimo condottiero esperto
di guerra in campo, tempra vigorosa,
anche se da canizie un pò coverto.
Si diede prestamente un gran da fare:
il popol tutto all’armi egli ammaestrava.
Il venticinque luglio era a passare
e il re, con tutta l’oste sua arrivava.
Posava sulla spiaggia piè regale.
Avea negli occhi suoi luce brutale.

 

6-Con la corte, che appresso si portava,
dalla città non lungi pose il campo.
Tutti i casali attorno devastava,
bruciando e saccheggiando senza scampo;
strappando vigne ed alberi tagliando (10)
per gli ordigni da guerra che approntava.
Con gli alteri capitan al suo comando
il sei d’agosto attacco egli sferrava
contro il convento del San Salvatore, (11)
che dell’entrata al porto era tutore.

 

7-I pochi difensori asserragliati
furono i primi a mostrar faville,
con quell’acciaro che li aveva armati,
erano in cento ma parevan mille.
Tiravan frecce, da esperti balestrieri,
e ricacciaro nel lor posto primiero
quell’inimici ch’eran giunti fieri,
salvando in tale modo il lor maniero.
Il suo disegno il re andò mutando
alla collina alcun dei suoi mandando.

 

8-Divisava con piano da rapina,
col favore di una nera nottata,
di conquistar il colle Caperrina, (12)
ch’era una zona alta non murata.
Così Messina poteva dominare:
da lì colpirla con proietti e foco.
Una gran pioggia venne poi a cascare;
non restarono guardie in quello loco:
lasciaron lo steccato, senza scolta, (13)
correndo tutti a casa a briglia sciolta.

 

9-Allora i Franchi la via liberata,
superata la debole difesa,
occuparo di colpo la spianata
senza subire alcuna blanda offesa.
Alaimo grande folla allor si prese,
accorse ove più urgeva la bisogna.
Una lotta violenta aspra s’accese;
i nemici fuggiron con vergogna.
Si decise di innalzare un alto muro
a posto di steccato non sicuro.

 

10-I Messinesi tutti in quella guerra
e le lor donne, ch’erano stimate
per l’ardimento le migliori in terra,
nel portar pietre e calcina, scapigliate,
coi lor figlioli grandi e piccioletti,
da suscitare gran pietade al mondo,
issando pietre su dei cavalletti,
eressero in tre dì muro profondo. (14)
Si poteva in più valida maniera
degli Angioini contrastar la schiera.

 

11-Fu allora che in quel loco, di vedetta,
a dar tregua agli esausti combattenti,
andarono di notte in tutta fretta:
Dina e Clarenza, da li dolci accenti.
I cori arditi e dalla sveglia mente,
giovani entrambe e dal bel sembiante,
erano sole solinghe in quel frangente
e si parlavano in modo trepidante
dei lor figlioli tutti assai diletti,
e di dimora i lor lasciati affetti.

 

12-Un mormorio ruppe quell’incanto:
parlar straniero e di scale un portare,
di tanti armati le riscosse alquanto;
videro allor degli elmi il luccicare,
dell’affilate spade il balenare,
di rosse faci il lucor venire:
“Chiarenza, le campane vai a suonare,
che possano il duce Alaimo avvertire.
Io qui mi ristò e che li possa fermare!
E che la Vergine mi venga ad aiutare!”

 

13-Vide una scala poggiarsi a lei vicina:
“Aita, aita, correte qui all’istante!
Il nemico assalta ancora Caperrina!”
innalzò un grido con il cor tremante.
Con forza inusitata scagliò un masso
sugli armati, sulla scala rampanti,
che con fragor ricaddero dabbasso,
credendo che sul muro fosser tanti.
I primi attacchi furo resi vani
dal lancio di pesanti mazzacani..

 

14-Sulle mura, eterea, allor si vide
una bianca figura luminante,
provvidenziale aiuto che conquide, (15)
di Dio la Madre, dolce nel sembiante.
Stendeva un bianco velo qual coperta,
che come nebbia faceva protezione,
rendendo ciechi gli uomini sull’erta
riempendoli così tutti d’afflizione.
Fu frenato il loro ardor nemico
mutandolo in terrore che non dico.

 

15- Al suon delle campane di Messina,
un solo grido invase le sue strade:
“L’Angiò è di nuovo in Caperrina.
Ritenta d’entrar ancor nella cittade!”
Ognun con l’armi e con le faci in mano
accorse a ricacciare lo nemico,
che perso tutto l’armamento vano,
tornò di corsa verso il campo amico.
Furo inseguiti da audaci corridori,
fin al quartier di Carlo, gli aggressori.

 

16-In una tregua, il vescovo Gherardo,
di Martin papa messo venerando,
venne in città, trattato con riguardo:
ebbe le chiavi e il bastone del comando:
“Ch’ogni armamento fosse consegnato;
ci si arrendesse al rege ed egli… forse,
con nobiltà avrebbe perdonato.”
“A Carlo no! ” Alaimo gli ritorse:
“Se avremo sangue e spade: No gli Angiò!”
strappatogli il bastone via il buttò.

 

17-Grande lo sdegno della fazion francesa
contro quell’accozzaglia dura in testa,
che ormai da fame dovea esser presa:
si concertò un’azione il dì di festa: (16)
ancora Caperrina fu attaccata.
Ma per mostrare il pieno della pancia,
gran josa di jadduzzi fu mangiata: (17)
Gallia era detta nell’antico Francia.
Dopo d’averli con cura ben spolpati,
le teste e gli ossi a Carlo fur lanciati. (18)

 

18-Il sire non potè reggere offesa:
quei patari ripieni d’empietà (19)
avean sacra persona vilipesa
irridendo la sua sovranità.
Si frugassero i luoghi anche remoti,
case, chiese razziando e bruciando,
e li arredi di queste e i sacerdoti
in sua presenza tutti trascinando,
e chi di lor non prestava obbedienza
che fosse ucciso nella sofferenza.

 

19-Il quattordici, di settembre il mese,
un simultaneo attacco egli sferra
da terra e mar cingendo le difese:
Non si contavano le macchine da guerra:
gatti protetti pronti per spianare,
cornuti arieti per sfondar le porte,
catapulte e trabucchi atti a lanciare
macigni e foco per dar ferute e morte,
le alte torri piene di armigèri,
difese dalle frecce degli arcieri.

 

20-Egli cavalca ai suoi principi in testa
nell’armature al sole risplendenti,
fra gli stendardi, come una foresta,
che garriscono al vento iridescenti.
Rimembrando l’offese a lui arrecate:
“Udite or dunque come vi favello:
Non solo voglio che voi combattiate,
ma che si faccia anche un gran macello!
Grande è il bottino chiuso fra le mura:
donne e ricchezze saran preda sicura!”

 

21-Il pian d’Angiò è stato già approntato:
il primo assalto dovea venir dal mare:
quel presidio poteva esser frantumato
dalle galee pronte ad attaccare.
Indi si potea procedere a sbarcare
sui moli al porto, ch’eran posti fuori, (20)
e da quel lato la città assaltare,
levando d’altre mura difensori.
Tale maniera rendea facile guerra
per tutti i fanti che venian da terra.

 

22-Suona la squilla, inizia la battaglia:
la forza d’incitati rematori
e un vento teso spingon l’ammiraglia,
con la milizia d’arditi assaltatori.
Questa galea, che di armati è piena,
verso l’entrata del porto vien lanciata,
è apparecchiata per spezzar catena
alle bocche del porto ben tirata.
Con rostro, a prua messo ivi possente,
s‘avventa alla catena qual fendente.

 

23-Ma i Messinesi innanzi all’ostruzione,
a poche spanne, sotto l’acqua, invisa,
avean messa una rete, quale arpione,
dove la nave s’impiglia come assisa.
Di repente, la sua corsa vien fermata;
le galee, in difesa al porto messe,
si avventano sulla nave intrappolata
come su preda fanno le leonesse.
Con dardi e con macigni è bombardata
col fuoco, anche dal forte, vien bruciata.

 

24-La galea con lo scafo fracassato,
a martello suona la campana,
col fuoco a bordo, il velame lacerato,
con la forza dei remi si allontana:
indietreggia altresì tutta la flotta.
Cambiato il vento, e con molti feriti,
col capo chino per la forte botta,
se ne tornaro dove eran partiti.
Questo fu il primo smacco per l’Angiò,
che pensa che dal mare non si può.

 

25-Allora il re indugio altro non pone:
dà inizio le mura ad attaccare:
le sue trombe urlano unisòne,
minaccioso dei tamburi è il gran rullare:
gli rispondono le cento e più campane
dei Messinesi tutte a stormo messe;
mangani e catapulte fan buriane (21)
di massi e foco come se piovesse.
Tutti gli arcieri in coro stan saettando,
e le lor frecce il ciel vanno oscurando.

 

26-Rispondon le balestre a quest’attacco
e dei francesi perforano la cotta.
Coi ponti lor protesi per l’attracco,
avanzan truci torri tutte in flotta.
Ma dai torrioni fra le mura in loco,
catapulte caricate con pignatte (22)
scagliano l’infernale greco fuoco, (23)
che incendia quelle lignee catafratte. (24)
Queste diventan pire crepitanti
con torce umane nella morte urlanti.

 

27-“Aux bèliers, contre les portes, aux bèliers!” (25)
L’arma francese si avvicina in fretta:
“Aux escaliers, aux escaliers, sur les murailles!” (26)
da un nuvola di frecce vien protetta.
Alaimo è in ogni luogo alla difesa:
il suo volto ispira sicurezza;
e laddove infuria più dura la contesa
agisce con una gran risolutezza.
Le mura son difese dai migliori;
molti anche i morti son fra i difensori.

 

28-Accanto ad essi a fare resistenza
sono le donne, famose per beltà:
fra loro son pur Dina e Clarenza;
gridano: “Viva Messina e viva libertà!”
Per rifornire con continuità le mura
massi, frecce e olio van portando.
Alcune tengono in braccio lor creature;
agli Angioini pur le van mostrando:
“ Vedete? Le sgozzeremo prima noi,
piuttosto che lasciarle vive a voi!”

 

29-Un’altra :”Mai più saran rubate
fanciulle vergini alle lor famiglie,
rendendole piangenti e profanate:
Infami senza Dio e senza briglie!
“Non frugherete più nei nostri petti,
alla ricerca d’armi e di denari: (27)
noi lotteremo per i nostri tetti
finchè avremo fiato dalle nari!
Se vinte bruceremo la città.
Niuna di noi cadrà in cattività!”

 

30-Adesso si appoggiano le scale
in alto, mentre l’ariete batte
sulla porta col suo tonfo micidiale.
Ovunque sulle mura si combatte:
spade, scuri bipenne, le ferrate
mazze calano su entrambi i combattenti;
non v’è una tregua, le carni lacerate
mandano sangue a fiumi fra i lamenti.
Vacilla di quei leoni la difesa,
ma altre forze son pronte a far contesa.

 

31-Olio, pece e zolfo in fiamme uniti
sugli attaccanti che cadono bruciati
dalle scale, altri da frecce son feriti,
altri dai massi sono fratturati.
Urla strazianti copron la battaglia;
or per i Franchi sono le afflizioni:
cedono al tiro fatto da muraglia,
volgon le terga o si dan prigioni.
Della porta accanto la parete,
il fuoco va bruciando anche l’ariete.

 

32-Un esiziale di mangano proietto
per poco non uccide il re francese,
egli da due ufficiali vien protetto:
eroicamente lo fanno a loro spese.
A questo punto è colma la misura:
vista l’inutilità della sfuriata
e vista dei difensori la bravura,
il re sconfitto batte in ritirata.
Lasciando morti e macchine sul campo
i suoi si piegan vinti senza scampo.

 

33-Ai muri e sotto son morti e feriti;
di mesti cori tutta l’aria è piena:
piangon le donne i figli o i lor mariti
con alti lai da fare tanta pena.
Conclusione dell’alterigia boriosa
di re Carlo e dei suoi l’avidità,
che non stimarono la forza valorosa
di quegli amanti della libertà.
La lor iattanza ormai è vilipesa,
vedendo il fallimento dell’impresa.

 

34-“Gli Angioini in fuga se ne vanno!
Si imbarcano sui legni con doglianza!”
fu il grido che pose fine all’affanno,
accompagnato da scene di esultanza.
Tramontava per sempre l’arroganza
angioina, e tutta l’isola fu grata
a Messina, la cui intrepida baldanza,
la porta di Sicilia avea serrata.
Ma un re spagnolo stette per venire:
si prese il trono senza colpo ferire. (28)

 

1)- La rivolta del Vespro iniziò il 31 marzo 1282 nei pressi della chiesa dello Spirito Santo a Palermo. Un soldato francese, di nome Drouet, con la scusa di trovare armi, “perquisì” una giovane donna; la reazione degli astanti fu violenta: il soldato venne ucciso; da allora la rivolta dilagò in tutta la Sicilia. Altre fonti datano l’inizio della rivolta al 30 marzo, lunedì di Pasqua. 2)- La notizia della rivolta venne riferita a Carlo d’Angiò (1226-1285), re delle due Sicilie, mentre si trovava a Roma dal papa Martino IV (papa dal 1281 al 1285), francese d’origine, eletto pontefice con i buoni uffici di re Carlo. 3)- Giovanni di san Remigio: giustiziere del Re. 4)- L’episodio è riferito anche nel canto VIII del Paradiso di Dante Alighieri. 5)- Il castello di Matagrifone, fatto costruire dal re inglese Riccardo Cuor di Leone prima di partire per la III Crociata (1191), Distrutto dal terremoto del 1908, il sito è attualmente occupato dalla chiesa di Cristo Re. Del vecchio castello rimane soltanto una torre che regge la grande campana. 6)- Eriberto d’Orleans. Vicario del re nell’isola, dopo lo spostamento della capitale del regno da Palermo a Napoli. 7)- Colori dello stendardo e dello stemma concesso ai Messinesi, secondo una tradizione, dall’imperatore Arcadio, per l’aiuto datogli durante l’assedio di Tessalonica (Salonicco) nel 407 d. C. 8) Il triscele è l’antico simbolo della Sicilia. La costruzione della cattedrale risale al 1097 ed è opera del re normanno Ruggero II. 9)- La flotta partì da Napoli e raggiunse Catona, paese sulle sponde calabre dello stretto di Messina nei pressi di Reggio Calabria. 10)- Un esercito quando si spostava portava con se solo le parti in ferro delle pesanti macchine d’assedio. 11)- Attualmente a posto dell’antico convento di S. Salvatore dei Greci è il forte spagnolo con la colonna della Madonnina del porto. 12)- Colle della Caperrina o Capperrina ( in arabo terreno scosceso). Su questo colle, chiamato successivamente Torre Vittoria, attualmente sorge il Santuario di Montalto. 13)- Sorveglianza.14)- L’episodio è narrato nella “Nuova Cronica” di Giovanni Villani, fiorentino, (1280-1348 ). 15)- Conquista. 16)- Il 15 agosto. Festa dell’Assunta. 17)- Jadduzzi: Voce dialettale: Galletti. 18)- E’ tradizione che per il Ferragosto Messina vengano mangiati dei galli ruspanti. La coincidenza fra la tradizione e l’episodio di guerra è suggestiva per creare una corrispondenza. 19)- Patari: Eretici. 20)- Nel Medioevo un cortina di mura cingeva la cortina del porto, con esclusione dei moli. 21)- Mangani e catapulte: Pesanti macchine da lancio assieme ai trabucchi. 22)-Pignatte: Recipienti di terracotta con miccia, contenenti liquido incendiario. 23)- Si pensa che il fuoco greco, di origine bizantina, fosse una miscela di pece, zolfo e calce viva. 24)- Catafratte: Ricoperte da difese varie. 25)- Agli arieti, contro le porte,agli arieti! 26)- Alle scale, alle scale , sulle muraglie! 27)- Si fa riferimento al noto episodio che secondo la tradizione diede inizio alla rivolta del Vespro 28)- Si trattava di Pietro d’Aragona marito di Costanza, figlia di Manfredi.
La maggior parte degli episodi è tratta liberamente da “ La guerra del Vespro “, scritta (1842) dallo storico palermitano Michele Amari (1806-1889), nonché dalla tradizione messinese e dalle sue leggende.

 

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