C’era na vota...

di Eleonora Crimi

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C’era un tempo in cui si lavavano i panni sulle pietre nel torrente, uno in cui si passava sui ponti per andare da una parte all’altra dei viali, uno in cui i bambini saltavano sui massi per correre dietro alle lucertole..era il tempo dei nostri avi?No, poco più di un cinquantennio fa buona parte di Messina era questa.

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Quante volte  capita di sentir dire “Ci vediamo al Ponte Americano”, “Aspettami dopo il Ponte di Ferro” e di ponti guardandosi intorno non se ne vede nemmeno l’ombra. Basta chiedere, o ricordare, per sapere che tutta la nostra città nasce, cresce e si genera intorno a dei grossi corsi d’acqua, definiti fiumare, che da coperti conosciamo come il Viale Europa, Boccetta, Giostra, Annunziata , ma che fino a non molti anni fa dividevano i quartieri e scorrevano impetuosi fino al mare. Tra questi proprio il viale Europa, nasconde sotto di sé il Torrente Camaro, che partendo dalle colline dell’omonimo quartiere sfocia in mare.

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Non a caso nella celebre fontana Orione del Montorsoli, sita in piazza Duomo, si celebra la grandezza di questa fiumara per l’inaugurazione del primo acquedotto cittadino, che attingeva proprio da questa fonte d’acqua, inserendola per potenza ed importanza insieme ad altri tre grandi fiumi dell’antichità il Nilo, il Tevere e l’Ebro.

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Possiamo dunque immaginare il Viale Europa diviso a metà, dalla parte dell’ospedale Piemonte arginato da grossi muraglioni il torrente, nel lato opposto la strada. Più ponti univano le sponde, tra cui il ponte di Ferro, punto d’unione del quartiere San Paolo e Bisconte, il ponte Americano posto all’incrocio con il Viale San Martino ed un altro a Camaro stesso. Lungo queste poderose masse d’acqua si svolgeva una vita faticosa ma di gran lunga più ricca di calore umano, le donne in gruppo si recavano a lavar i panni, inginocchiate sulle pietre o all’interno delle vasche comuni, si portava il grano a macinare nei mulini funzionanti grazie all’energia idrica. Proprio a Camaro superiore ne esistevano diversi, fonte di salvezza per chi durante la guerra aveva l’inestimabile fortuna di possedere un po’ di grano da macinare per farne farina ed evitare cosi la folla du pani ca tessera, dato alle famiglie durante la guerra per il minimo sostentamento.

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La stessa acqua che serviva ad irrigare i campi, a bere, recandosi pazientemente con “i bummuli”di terracotta che permettevano di conservarla fresca per lungo tempo, la medesima  che si usava anche nelle  fornaci per la realizzazione della calce e dei mattoni. Si allestivano banchetti per strada per la coltivazione dei bachi da seta alimentati ca frunna (la foglia)del gelso, utili per l’esportazione del pregiato tessuto, di cui Messina nei secoli fu polo all’avanguardia, e sapere che fino a pochissimo tempo fa la tradizione continuava con i metodi antichi, stupisce particolarmente.

La diversificazione delle attività era di gran lunga più ampia di quanto si possa immaginare, molteplici erano le industrie attive in città da quelle conserviere, alimentari, come la fabbrica per l’estrazione delle essenze degli agrumi, i cui resti davano la pasta i lumiuni che impastata con la paglia era utilizzata per il mangime animale.

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Sotto il ponte della Ferrovia, di Camaro inferiore, Villa Bucca era il polmone verde della zona dove potersi rilassare magari in attesa dell’inizio dell’opera dei pupi, il cui teatrino dilettava grandi e piccini a distanza di qualche metro.

Da queste poche parole si scorgono, tra i ricordi, profumi, immagini, suoni di una città che è cambiata ma che conserva ancora la sua anima più sincera, celata tra l’incalzante modernità, quasi a voler proteggere quei delicatissimi fili che la tengono legata ancora al suo glorioso passato. Un viaggio nei racconti della memoria per non dimenticare mai la grande bellezza che è stata e che continua ad essere.

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