Quaderni messinesi 3 - Quando in spiaggia c'era la pece

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di Egidio Bernava

Chi come me è nato alla fine degli anni cinquanta ma, anche quelli nati negli anni sessanta ricorderanno i giorni estivi trascorsi al mare nei nostri "mitici" lidi, Bagni Vittoria, Principe Amedeo, Lido Sud ed ancora Lido di Mortelle o del Tirreno o nello stretto, stretti nei lidi o ancor di più nelle spiagge libere, quando puntualmente ci macchiavamo il costume o l'asciugamano da mare con l’immancabile pece , un castigo che non risparmiava nessuno; bisognava fare la gimcana scansandola per arrivare alla battigia e a fine giornata, se andava bene, si tornava a casa soltanto con i piedi macchiati.

Nelle borse delle mamme c’era la bottiglietta di trielina o di olio per togliere alla meno peggio quelle brutte macchie di nero sui corpi o sui costumi dei propri figli. Ricordo, allo Sporting, il signor Nicola, bagnino tuttofare, con una bottiglia di benzina e tantissimo cotone idrofilo che igienicamente non offriva molte garanzie . Io personalmente per togliere la pece dai piedi usavo le pietre di pomice più grandi che galleggiavano spessissimo specialmente in zona Mortelle. Era l’epoca in cui il nostro mare per via delle correnti, ci restituiva tutto quello che su di esso galleggiava: la pomice di Lipari (adesso scomparsa per la chiusura della fabbrica), le bottiglie di vetro (adesso sostituite da quelle di plastica), la solita pece e… la spazzatura.

Nelle giornate in cui il mare era molto agitato era normale vedere galleggiare a pochi metri di distanza della battigia isolotti composti da questi materiali, che inesorabilmente venivano depositati sulla spiaggia dalle onde. Sulla pece o catrame che tanto ci ha dato fastidio vorrei spendere qualche parola. Vi siete mai chiesti da dove veniva? Avete fatto caso che da più di venti anni non esiste più? Vi siete chiesti perché? Purtroppo negli anni sessanta/settanta i problemi ambientali sono stati molto sottovalutati perché, forse, si pensava che la nostra Terra era così grande da sopportare tutte le “angherie” che l’uomo gli procurava.

A Milazzo si decise di aprire una mega raffineria (eravamo in piena espansione industriale) sembrò una scelta giusta per l’enorme ritorno occupazionale e commerciale dell’intero comprensorio. ( No comment), non pensando ad investimenti alternativi legati al territorio. Ritornando alla pece, negli anni in questione, molti comandanti e armatori senza scrupoli, per guadagnare tempo nelle operazioni di carico ai pontili della stessa Raffineria, scaricavano l’acqua contenuta nelle stive delle navi prima di arrivare in baia, spesso nello Stretto. Le petroliere, per non spezzarsi durante la loro navigazione, devono sempre viaggiare cariche o di prodotto o di acqua: per cui le cisterne della nave erano sporche di petrolio grezzo (la pece) che mischiato all’acqua e scaricato a mare, galleggiando, arrivava nelle nostre belle spiagge.

Adesso le normative sono molto severe, i percorsi e le operazioni in navigazione delle petroliere sono controllate anche dai satelliti, ed esse da anni sono obbligate a scaricare l’acqua di zavorra in Raffineria (che la tratta adeguatamente) prima di caricare altri prodotti. Ho voluto citare questo caso della scomparsa della pece perché anche questo fa parte della mia vita e se abbiamo ricordi, tanti ricordi, rischieremo di essere patetici, eccessivamente sentimentali, retorici, forse "vecchi", rischieremo di esser derisi dai nostri figli ogni qual volta parleremo degli arancini di Nunnari o di Pitoni di Arena ma vorrà dire anche che abbiamo vissuto e, sinceramente, abbiamo vissuto una bella giovinezza.

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