Quaderni messinesi 7 - Austerity e Lockdown

 

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di Egidio Bernava

AUSTERITY E LOCKDOWN 1973/2020

C’era un tempo in cui la gente – seriamente – diceva: “Vedrai che il petrolio finirà, quanto vuoi che ce ne sia? Siamo agli sgoccioli”.
Correva l’anno 1973 . Il petrolio era l’unica risorsa per accendere la luce, far camminare i motori e spingere l’economia, tutto andava a petrolio e tutto era nelle mani degli arabi. Così, successe che dopo una serie di cocenti sconfitte nelle guerre subite dai Paesi arabi contro il neonato Stato di Israele, senza che l’occidente intervenisse, gli stati arabi, produttori di petrolio per ritorsione contro gli occidentali fecero salire alle stelle il prezzo dell’energia e il 3 dicembre ci trovammo tutti in bicicletta. Era bellissimo. Andai a comprare la mia bici da Ferro, in via Ghibellina, la pagai 50.000 lire.

Ognuno aveva una bici, anche i bambini e i preti. Il governo proclamò la Grande Penitenza. Non fu, come oggi, un lockdown per motivi sanitari. Fu proprio proclamata, dal nostro governo e un po’ da tutti i governi del mondo, la penitenza contro la modernità. Ricordo, soprattutto l’atmosfera.

 

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1973: scatta il primo lockdown.
Stop alla circolazione stradale per via del caro petrolio.

Gli italiani scoprono un nuovo termine inglese: Austerity

Da noi, a Messina, arrivava tutto in ritardo, il mitico 68 arrivò agli inizi degli anni settanta , al liceo si cominciava a parlare di inquinamento e la parola ecologia ancora non si usava. Si parlava di proletariato,e si declamava contro il mondo capitalistico, incominciavo a vedere le prime canne, chi “sparava” a scuola si rifugiava nelle matinée cinematografiche o andava a ballare al Rombo, al ritmo dei lenti di “ Pazza idea” cantata da Patty Pravo o “ Crocodile rock” di Elton John, ma, soprattutto era l’anno di Claudio Baglioni con “ Amore Bello” e di Francesco de Gregori con la stupenda “ Alice”.

Iniziava per noi un nuovo periodo, si incominciava a parlare più apertamente di sesso. Le mie compagne di classe, sempre più avanti rispetto ai maschietti, Maria Antonella, Enza, Emanuela , Annamaria incominciavano a parlare di femminismo. Solo l’anno seguente arrivò un professore ,”prete e gesuita ", di Storia e Filosofia , Padre Mariano C. che ci abituò al ragionamento, alla ricerca dei problemi e delle soluzioni.

Il femminismo era appena stato importato in Italia dagli Stati Uniti e si erano formati gruppi di meravigliose intellettuali donne che si dividevano e litigavano politicamente come gli uomini e noi "uomini", beh ragazzi, “di sinistra” (ancora non ero diventato democristiano, era fuori moda!), avevamo appena fondato nella sede della CGIL il primo collettivo studentesco del La Farina, con Paolo B., Pippo C., Giovanni P, e tanti altri. Si cercava di iniziare a fare politica, e parlavamo tutti i o almeno ci provavamo, e tutti esageravamo in tutto. Si vedevano facce truci, molto rivoluzionarie, incontravamo spesso anche gli agenti della Digos ma malgrado tutto il mondo cambiava.

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Quella domenica la prima di dicembre, il Governo decise di chiudere tutto, iniziava l’Austerity. Era proprio tutto chiuso, tutto vietato, stava arrivando l’inverno e di lì a poco sarebbe arrivato un Natale bruttino e freddo
Il mio ricordo è focalizzato ovviamente su Messina, la mia città, tutti a rotta di collo in bicicletta, grandi barbe e capelloni, ancora e per un bel po’e, malgrado tutto, il mondo seguitava a girare e le albe seguivano i tramonti e tutto era ciclico ma anche nuovo e triste e allegro e angoscioso e festoso.

Noi, invece, volavamo in bici e pedalavamo senza tenere il manubrio e tutti tessevano rapporti sentimentali, eravamo, sinceramente felici e spensierati,.
Tutti avevamo le tasche piene di gettoni telefonici e le cabine erano assediate e i telefoni non funzionavano e la gente prendeva a calci le maledette macchine, ma si giocava a flipper nei bar con quella pallina che schizzava e si faceva il tifo. Così era l’era dell’austerità: non c’era niente di austero, ma una gran voglia di vivere e di giocare a questo gioco del facciamo finta

Non durò molto: le restrizioni al traffico finirono nel mese di giugno del ’74, dunque erano durate sei mesi, non moltissimo ma abbastanza per lasciare un ricordo. Di ricordi, si sa, ognuno ha il suo. Ma l’immagine di insieme era quella di una nuova gioventù che faceva seguito a quella vecchia del dopoguerra.

Chissà se fra cinquantanni i miei figli, i nostri figli o nipoti ricorderanno questo periodo di lockdown con la nostra stessa gioia? Io ne dubito……peccato

Egidio Bernava

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