Messinaierieoggi.it La presenza straniera nell'ottocento a Messina

La presenza straniera nell'ottocento a Messina

La presenza straniera nell'800 a Messina.

Tra il 1806 e il 1815 molte famiglie straniere hanno avuto ruoli importanti sia nell’economia che nella cultura e nella società messinese.

Messina ha ospitato inglesi, tedeschi, svizzeri, austriaci, danesi, svedesi, francesi, greci, statunitensi, russi,.... Queste presenze hanno inciso  nella vita economica,nel sociale e culturale di Messina che cercava di allargare i suoi orizzonti per avvicinarsi alla cultura europea.
La Messina del presente ha cancellato la sua memoria con l’alibi del terremoto del 1908 e non conosce più la sua storia né passata né recente.
Nino Principato rivisita i segni e le testimonianze ancora evidenti che la presenza straniera ha lasciato nel tessuto cittadino e ricorda le espressioni, forse meno tangibili, ma altrettanto efficaci, legate alle attività economiche, culturali e sociali svolte dagli stranieri in una Messina sicuramente diversa.

  • Villa Grill
  • Villa Peirce o “Pessi”
  • Villa Garnier
  • Villa Fog
  • Villa Marangolo-Falkenburg
  • Villa Dovez o Dovet (poi Sara)
  • Villa Bette o Isabella
  • Villa Ainis e Cappella padronale

Le fortificazioni inglesi

  • Campo Inglese
  • Torre del Faro o “Peloro”
  • Torre Bianca o “Mazzone”
  • Torre “Saracena” di Ganzirri
  • Fortino di Pace
  • Monumento funerario a Jacobus Augustus Estlander
  • Monumento funerario a Federico Grill
  • Monumento funerario ad Arsenio De Julinetz
  • Monumento funerario a John Thomas Eaton
  • Monumento funerario a Giovanni Walser
  • Monumento funerario a John Hermann William Falkenburg
  • Monumenti funerari ad Amelia, Robert e Bertha Sanderson
  • Monumento funerario a Iane Smith Krogh
  • Monumento funerario al capitano J. H. Hill
  • Monumento funerario al tenente Jan Pieter Noorduyn
  • Monumento funerario De Gregorio Fischer
  • Monumento funerario M. Haugk De Rocco
  • Monumento funerario J. C. Bloomfield
  • Cappella Peirce al Gran Camposanto

 I MONUMENTI FUNERARI AL GRAN CAMPOSANTO

  • Monumento funerario a Jacobus Augustus Estlander
  • Monumento funerario a Federico Grill
  • Monumento funerario ad Arsenio De Julinetz
  • Monumento funerario a John Thomas Eaton
  • Monumento funerario a Giovanni Walser
  • Monumento funerario a John Hermann William Falkenburg
  • Monumenti funerari ad Amelia, Robert e Bertha Sanderson
  • Monumento funerario a Iane Smith Krogh
  • Monumento funerario a Ettore Bryant Barrett
  • Monumento funerario al capitano J. H. Hill
  • Monumento funerario al tenente Jan Pieter Noorduyn
  • Monumento funerario De Gregorio Fischer
  • Monumento funerario M. Haugk De Rocco
  • Monumento funerario J. C. Bloomfield
  • Cappella Peirce al Gran Camposanto

Fabbriche e opifici

  •  La Sanderson a Tremestieri
  • Opificio Weigert
  • Filanda Mellinghoff

L’architettura

Villa Grill

La cosiddetta “Palazzina Grill” a Minissale, sulla nuova strada statale 114 presso il bivio in direzione di Contesse, è quanto rimane di una grande villa di campagna circondata da un vasto parco e fatta edificare, verso la metà dell’Ottocento, da Federico Grill.

Certamente un raffinato progettista, imbevuto di cultura neoclassica, fu l’artefice di questa equilibrata ed armonica architettura, un architetto non estraneo ma sicuramente attivo partecipe dei nuovi fermenti artistici che domineranno le espressioni figurative, a Messina, per tutto il secolo XIX.

Villa Peirce o “Pessi”

Indicata come “Villa Berta” nella iconografia precedente al terremoto del 1908 e anche “Pessi”, in una forma corrotta dialettale, venne edificata nel 1894 in Contrada Barone del Villaggio Spartà.

I Peirce erano una famiglia di immigrati inglesi dediti ad attività mercantili. Il figlio di George Peirce (a Messina tra il 1806 e il 1816), William Henry,  si stabilì a Messina subito dopo la Restaurazione Borbonica. Qui, in società con Walter Becker ed Ernesto Ilardi, fondava la “Peirce, Becker & Ilardi” con attività di agenzia marittima e di noleggio. La ditta si trasformava poi, nel 1899, in “Peirce & Becker” dedicandosi esclusivamente all’armamento di una flotta transoceanica per merci e passeggeri.

La “Sicula-Americana”, compagnia di navigazione dei Peirce che dalla fine dell’Ottocento fino al sisma del 1908 gestirà una linea di piroscafi con cargoes per gli Stati Uniti, rappresenterà l’avanguardia delle linee transoceaniche di collegamento fra Messina e gli scali portuali del Nord e del Sud America.

La splendida Villa da loro costruita a Spartà (oggi di proprietà dell’avv. Augusto Pagano), costituisce un notevole e pregevole esempio di architettura   con riferimenti eclettici ispirati alla cultura anglosassone che sono diretta conseguenza dell’amore per il Romanticismo dell’illuminata borghesia inglese..

Quando Coppedè progetta questa villa a Spartà, si era da poco diplomato nel 1891 professore di Disegno architettonico ad “unanimità di voti e plauso” all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Dal 1913 al 1925 opererà, poi, a Messina, iniziando con Villa Costarelli nella zona di “Villa Luce” sulla sponda sinistra del torrente Annunziata, distrutta, e concludendo, due anni prima di morire, con il palazzo di civile abitazione dell’isolato 312 di via Garibaldi e via Cardines, ancora esistente. A Messina farà scuola con l’uso di ornati che andavano dal “gothic revival” al moresco, dal neo-medievale al liberty con citazioni “Secession” (di Monaco, Berlino e Vienna), dal neo-manierismo al neo-rinascimento.

Villa Garnier

Pregevole esempio di Liberty puro, la recinzione e il portale d’ingresso di Villa Garnier sulla via Consolare Pompea nel Villaggio S. Agata testimoniano l’esistenza di questo stile a Messina già prima del 1908, quando era stato appena diffuso dall’Esposizione Universale di Torino del 1902. Cancello e stipiti in pietra con il muro di recinzione, infatti, furono realizzati insieme alla villa originaria nel 1904 dall’ingegnere Santacaterina (l’edificio attuale è degli anni Trenta e costituisce, pur sempre, un pregevole esempio di architettura eclettica ancora legata agli stilemi di uno stile floreale attardato) e presentano tutte le caratteristiche dell’autentico stile Liberty o floreale (fiori, steli, bottoni, linee sinuose e guizzanti, elementi decorativi a ventaglio).

Villa Fog

Di origine danese, la famiglia Fog era attiva a Messina nel settore dell’esportazione di derivati agrumari, cremore di tartaro, zolfo e vari prodotti agricoli tra i secoli XIX e XX (nel 1902 la ditta “Fog Emilio & Figli” esportava olio d’oliva, pistacchi, mandorle e nocciole). Una componente della famiglia, Emilia Vera Fog (la cui sepoltura si trova al Cimitero degli Inglesi), si distinse nella sua attività di infermiera volontaria nella Croce Rossa messinese.

La villa di famiglia, ancora esistente nel Villaggio Paradiso, è costituita da un massiccio edificio a due elevazioni fuori terra e rappresenta un emblematico esempio di architettura neoclassica tardo-ottocentesca (1880) ripresa, nei motivi decorativi post-floreali, agli inizi del Novecento (1915).

Villa Marangolo-Falkenburg

Nel Villaggio Pistunina, a monte della nuova strada statale 114, sorge la residenza che fu della famiglia Falkenburg, una costruzione in stile neoclassico della metà del secolo XIX. Di sobria ed essenziale architettura, dopo il terremoto del 1908 venne abbattuto il superiore piano nobile che conteneva le camere di abitazione. L’apertura della nuova strada statale, poi, determinò lo sconvolgimento del parco insieme al viale d’ingresso. L’edificio, oggi, si presenta in stato di degrado causato dall’abbandono e soltanto le eleganti profilature di porte e finestre al pianoterra, con i robusti cantonali angolari in bugnato di pietra calcarea ammorsata, testimoniano un lontano passato di grandezza.

Villa Pace, Sanderson-Bosurgi

Era il 1817 quando l’ufficiale della Marina di Sua Maestà britannica William Sanderson, agli ordini dell’ammiraglio Orazio Nelson, fondava a Messina una delle più antiche ditte agrumarie del mondo. Nel Casale di Pistunina, poi, realizzerà la prima fabbrica al mondo specializzata nella lavorazione degli agrumi.

Il figlio Robert, il 25 settembre 1850, acquistava un terreno nel Casale di Pace dando l’avvìo a tutta una serie di interventi sull’esistente che porteranno, nel 1853, alla realizzazione di una splendida residenza estiva cui sarà dato il nome di “Villa Amalia”, in onore della moglie Amalia Sarah Child sposata proprio in quell’anno.

Nel 1877 viene iniziato ad edificare il cosiddetto “Castelletto” o “Casa dei giovani” in stile neo-medievale, destinato ad ospitare la figlia primogenita Luisa Lella, il genero Franz von Wantoch Rekowski, giovane diplomatico tedesco, e i nipoti di Robert e Amalia.    

La villa dei Sanderson ospiterà, più volte, gli imperiali di Germania. Il 18 novembre 1898 sarà visitata, la prima volta, dalla moglie del Kaiser Guglielmo II imperatore di Germania e re di Prussia, Augusta Vittoria. Gaetano La Corte Cailler, nel suo “Diario”, così ricorderà l’evento: “20 novembre, domenica. L’imperatrice è andata alla villa Sanderson alla Contemplazione ove prese il the e restò quasi due ore. L’imperatore promise di tornare a Messina fra sei mesi” (7). Le successive visite si svolgeranno nell’aprile 1904, il 7 aprile 1905 e il 4 aprile del 1908. Il sisma del 28 dicembre 1908 distruggerà il “Castelletto” danneggiando, in maniera seria, “Villa Amalia”.

Villa Dovez o Dovet (poi Sara)

Edificata dall’inglese Dovez verso il 1860 nel Villaggio di Castanea delle Furie, presenta una facciata neoclassica di sobria eleganza. Nel 1895 e 1896 ospitò il Cardinale Giuseppe Guarino, arcivescovo di Messina, come riporta il sac. Leonardo Principato nel suo libro “Castanea nelle sue vicende storico/religiose” aggiungendo: “Circondata di muri alti, inaccessibili e adorna di alberi, essa sorge sulla piana S. Cosimo, all’ingresso del Villaggio […] Soleggiata da tutti i lati, l’abitazione è una reggia e nel suo interno contiene spaziosi saloni di lusso, a pian terreno e sul piano superiore […]

Oggi l’Avv. Aurelio Giordano ne è il proprietario” (8).  Di essa, scrive anche Amelia Ioli Gigante: “Così il villaggio collinare di Castanea delle Furie, al centro di un’area interessata a impianti boschivi, ma anche a pratiche viticole e olivicole e da coltura di alberi da frutto, presenta residenze estive per vacanze già negli anni anteriori al terremoto in concomitanza con l’attenzione che le riservano elementi della borghesia di estrazione inglese, costruirono qui numerose dimore talora di pregio, tra cui la Villa Dovez-Sanderson, imponente per impostazione e forma.

Villa Sanderson (poi Di Natale)

Scrive, di essa, il sac. Leonardo Principato: “Sorge anche nella pianura S. Cosimo, cinta da alti muri e da una folta pineta con acacie ed oleandri. Essa fu fabbricata dal Sig. Roberto Sanderson verso il 1850, che vi passava molti mesi dell’anno. Lo stabile a due piani, per gli alti e fronzuti alberi, che, lo circondano, resta in gran parte nascosto e di esso si vede solo la facciata. Nella villa, stradali e andirivieni serpeggiano il terreno ombroso, e conducono verso il recinto di Nord-Ovest della villa. Un articolo apparso nel 1913 sopra una rivista col titolo: “Un angolo ignorato della Sicilia” (“Associazione Nazionale Italiana per il movimento turistico dei forestieri”, Roma, Giugno 1913, fascicolo IV), parlando della Villa Sanderson così dice: “Alte mura a pietra, chiudono il magnifico parco di pini maestosi, di acacie, di oleandri, di roseti e gigli. Nel parco si può riposare all’ombra, cullati dalla brezza deliziosa che soffia dal mare, ovvero, daccosto al muro di una delle numerose terrazze, si ammira il panorama che abbraccia la costa d’Italia al capo Calavà”. […] Nel 1908, per l’incanto dei suoi panorami, la villa Sanderson albergò più volte l’Imperatore Guglielmo II di Germania. Nel 1913, una Signora Inglese voleva farne una pensione Americana”.

Villa Bette o Isabella

Interessante esempio di villa suburbana del Primo Novecento sorge in posizione rilevata sulla strada statale 113, e, pur nello stile eclettico generale, richiama stilemi del post-floreale, particolarmente nel portichetto d’ingresso con copertura a spioventi sorretta da agili colonnine, tema mutuato, nell’impostazione compositiva, dalla moda allora diffusa per le “cineserie”.

Villa Ainis e Cappella padronale

Allo stato di rudere, il complesso sorge in territorio del Villaggio Salice, edificato nella seconda metà del sec. XIX e costituisce un bell’esempio di architettura residenziale neoclassica ottocentesca con riferimenti stilistici al neo-gotico e Cappella padronale annessa.

Gli Ainis, verso la fine dell’Ottocento, possedevano una filanda a Messina in via dei Monasteri (oggi XXIV Maggio) all’incrocio col torrente Boccetta.

LE FORTIFICAZIONI INGLESI

Nel periodo del “blocco continentale” imposto da Napoleone dal 1806 al 1815, la Sicilia veniva occupata da un formidabile contingente di soldati inglesi con l’obbiettivo di riconquistare Napoli riannettendola a Ferdinando IV di Borbone, stabilitosi insieme alla Corte a Palermo.

Il protezionismo militare inglese dell’isola avrebbe avuto termine nel 1815, e, a Messina, tracce di questa forte e significativa presenza britannica, sarebbero state le cospicue strutture fortificate  costruite lungo la costa settentrionale. Scrive, in proposito, Sergio Di Giacomo: “Ai militari dell’esercito di Sua Maestà la Regina si deve, inoltre, la riorganizzazione toponomastica e funzionale della rete viaria e della composita struttura di fortificazioni delle due riviere, tra cui il completamento della Via Consolare Pompea, resa carrozzabile nel 1810 per il trasporto delle artiglierie, la costruzione dei canali di collegamento tra i due laghi di Ganzirri, la realizzazione della “Strada Inglese” che collegava i Peloritani al Tirreno, del “Campo Inglese”, adibito a luogo di esercitazione militare, ma anche la costruzione di batterie, torri, strutture difensive nei villaggi di Granatari e Torre Faro, dove l’antica Lanterna del Faro posta a Capo Peloro (poi denominata infatti “Fortino degli Inglesi”), venne riadattata alle nuove esigenze strategiche e logistiche.”.

 Torre del Faro o “Peloro”

A Capo Peloro sorge, imponente, la medievale “Torre del Faro”, rinserrata in una cinta muraria bastionata databile tra il XVI ed il XVII secolo. Di origine antichissima, “…trovandosene memoria nella Geografia di Strabone [secolo I  a. C.] quantunque rifatta secondo la moderna architettura”, scrive Giovanni Andrea Massa nel 1709; sembra che anteriormente al 1165 un pontefice celebrò la messa in un tempio, detto di “Santa Maria” e quindi “San Domenico”, proprio vicino alla torre.

Torre Bianca o “Mazzone”

Denominata anche Torre “Scollato”, è di forma tronco-conica, alquanto tozza per l’interramento che ha subito, negli anni, il piano terra che adesso è diventato sotterraneo. Rivestita di un intonaco sul bianco, presenta una porta protetta da un’inferriata sul lato est ed una finestra a lunetta su quello opposto, oltre a feritoie verticali dislocate ad intervalli regolari.

La Torre “Mazzone” era utilizzata, anticamente, anche quale base d’appoggio intermedia per il trasporto di viveri. Nel volume “Governo generale di Sanità e istruzioni del Lazzaretto della città di Messina”, stampato a Palermo nel 1749, fra le disposizioni contenute, infatti, si legge: “Intorno alla provigion di Messina…il pane e altre provvisioni si mandino…da Milazzo nella Torre del Mazzone nel mezzo delli Mortilli e del faro”; e, ancora, “…una o due [feluche] servano per portar li viveri da Milazzo alla Torre del Mazzone, e scaricarli sulla palizzata”.

Questa “Torre Bianca” è simile nella forma e nella composizione architettonica a quella esistente sul lungomare di Ganzirri, oggi interna al tessuto urbano. Adibita a stazione telegrafica, oltre che essere stata il supporto per antenne radiotrasmittenti e televisive ed ingresso di cavi sottomarini, presenta interessanti soluzioni strutturali quali l’imponente pilastro centrale che sostiene il piano intermedio e la volta di copertura e la scala per il terrazzo, che si sviluppa a curva ricavata nello spessore murario.

Torre “Saracena” di Ganzirri

A chi percorre il lungomare che attraversa l’abitato di Ganzirri, parallela alla costa, appare improvvisamente e massiccia a sbarrare la strada: è la torre cosiddetta “Saracena”, a pianta circolare con due ampi ambienti sovrapposti. L’intonaco caduto scopre la struttura muraria, composta da pietrame squadrato e regolarizzato con listature in laterizio, tenacemente cementato con malta, con riutilizzo di elementi in pietra lavica.

Fortino di Pace

Si erge ancora oggi, dominante la sottostante ex strada consolare Pompea, nel Villaggio Pace. A pianta rettangolare con smussature curve agli angoli e cornicione di coronamento a sezione semicircolare, è riprodotto nei rilievi condotti da ingegneri militari austriaci fra il 1821 ed il 1823.

Di tipologia che richiama le “Torri Martello” inglesi, esaurita la sua funzione militare dopo il 1908 vi è stato edificato in sommità il villino Mauro, dalle linee decorative tardo-liberty.

I MONUMENTI FUNERARI AL GRAN CAMPOSANTO

Tutte le sepolture di stranieri presenti nel Gran Camposanto, provengono dal cosiddetto “Cimitero degli inglesi” ubicato nella penisola falcata di San Raineri, quando nel 1942 se ne attuò il trasferimento nell’apposita area antistante via San Cosimo.

     Secondo quanto ha tramandato la tradizione orale inglese, il terreno a San Raineri per la sepoltura dei protestanti venne donato da re Ferdinando di Borbone all’ammiraglio Orazio Nelson (1769-1805). La presenza anglosassone a Messina si lega ad interessi commerciali quando, già in un bando del 1784, veniva statuita la libertà dei traffici (il porto franco era stato concesso nel 1729) e, soprattutto all’art.IV, veniva ribadita la libertà di culto e di religione agli stranieri che si trasferivano nella città. Fu, comunque, dopo il 1906 con lo sbarco a Messina di numerose truppe inglesi e a seguito della loro lunga permanenza, che fu necessario realizzare un “British Cemetery”. Il luogo prese allora il nome di “la Spina”, dagli impenetrabili spineti che lo circondavano, nella penisola falcata di San Raineri. Scrive in proposito Tommasa Basile Vadalà: “…nei secoli XVIII e XIX, “la Spina” divenne ufficialmente un sepolcreto Acattolico, non esclusivamente inglese, già operante del resto, fin dal 1728 e forse ancor prima del 1694, come attestano alcuni documenti dei libri “Sacrimentali mortuorum” nella parrocchia di San Luca.

Monumento funerario a Jacobus Augustus Estlander

     Medico e scienziato, Estlander nacque nel 1831 a Lappfiord in Finlandia e, prima di insegnare all’Ateneo messinese, aveva già raggiunto la fama per i suoi studi sul tifo, sui sarcomi e sui tumori al seno. Ma, soprattutto, per il cosiddetto “metodo Estlander”, applicato per sostituire il labbro inferiore utilizzando porzioni di quello superiore, e, per “l’operazione di Estlander” nelle patologie respiratorie. Pioniere della medicina di fama mondiale, Estlander morì a Messina nel 1881 e il suo busto di granito nero si trova nella sezione acattolica del Gran Camposanto.

     La scultura venne realizzata da Giovanni Scarfì, su monumento firmato “H. J. Stigell”.

Monumento funerario a Federico Grill

     Personaggio molto amato dai messinesi che, come si legge nell’epigrafe, “popolani e patrizii in amaro cordoglio/la salma di lui al sepolcro seguirono”, e che beneficiava “più che benefattore padre agli sventurati/sempre largiva/parole di conforto obolo di carità”, morì il 10 febbraio 1868 e venne sepolto nel cimitero acattolico “degli Inglesi” nella penisola falcata di San Raineri, poi trasferito nel Gran Camposanto dove il nipote Paolo gli fece erigere un monumento funerario in marmo bianco, opera dello scultore Lio Gangeri che lo firmò “L. Gangeri f. Messina 1869”.

Monumento funerario ad Arsenio De Julinetz

     Arsenio De Julinetz, nobile del Governo di San Pietroburgo e Consigliere  di Stato, Console Generale di Russia in Sicilia, fu personaggio di spicco nella Messina della prima metà dell’800. Alla sua morte, il 5 maggio 1849, il figlio Giorgio fece realizzare il monumento sepolcrale dove, il 20 maggio 1868, trovò sepoltura anche la madre Chiara Hodoul. Giorgio fu anche tra i musicisti più noti in ambito nazionale, apprezzato collaboratore di riviste culturali come “La Farfalletta” e autore di opere teatrali e di diversi brani musicali.

     Il semplice monumento De Julinetz si compone di un sarcofago parallelepipedo sormontato da una piramide a base quadrata, simbolo egizio e massonico.

Monumento funerario a John Thomas Eaton

     Il pregevole monumento si compone di un sarcofago dalle eleganti linee neoclassiche sorretto da zampe leonine ungulate, secondo una tipologia ricorrente in analoghe realizzazioni tardo-rinascimentali e manieristiche. Sul fronte, una targa coronata da ghirlande col simbolo alato del tempo che fugge, reca l’iscrizione dedicatoria “in loving memory of John Thomas Eaton” (25 luglio 1834 – 13 febbraio 1890). A coronamento, la copertura a lunetta con armoniosi ricci floreali dove al centro spicca un cartiglio a fettuccia con il motto “VINCIT OMNIA VERITAS”.

     John Thomas Eaton, imprenditore inglese, gestì le filande di Gazzi e di Porto Salvo, tra le più importanti della città.

Monumento funerario a Giovanni Walser

     Di semplice tipologia ad ara, venne realizzato da Giovanni Benigni nel 1835 per volontà di Federico Grill e si compone di un piedistallo di forma leggermente tronco-piramidale recante le epigrafi incise, sormontato da una neoclassica urna cineraria decorata con serti vegetali e motivi geometrici a “meandro”. Antefisse in stile corinzio sottolineano gli angoli della cornice sommitale.

Monumento funerario a John Hermann William Falkenburg

     Firmato “L. Gangeri fece”, il monumento Falkenburg in marmo bianco si rifà alla classica tipologia dell’ara recante l’epigrafe di John Hermann William Falkenburg (19 novembre 1802 – 3 aprile 1871) e sormontata, agli angoli, da antefisse, con l’urna cineraria sovrastante coperta, in segno di dolore e di mestizia, da un realistico lenzuolo-sudario.

Monumenti funerari ad Amelia, Robert e Bertha Sanderson

     Nel più tipico stile anglosassone, i monumenti ad Amelia Sarah Sanderson (morta il 26 febbraio 1863), a Robert Sanderson (morto il 27 febbraio 1907) e a Bertha Aders Sanderson (morta il 22 agosto 1866), sono costituiti da semplicissimi sarcofagi marmorei di forma parallelepipeda con epigrafe incisa sulla lastra rettangolare di copertura.

Monumento funerario a Iane Smith Krogh

     Anche se di esecuzione non particolarmente raffinata, il monumento funerario a Iane Smith Krogh, morta a Messina il 10 marzo 1819 all’età di 24 anni, rappresenta un interessante esempio di scultura di inizio Ottocento, di forme, quindi, più puramente neoclassiche. Sulla stele funeraria di forma parallelepipeda sono scolpite, a bassorilievo, le effigi del marito Gabriel Krogh e del figlioletto, in atteggiamento sconsolato e affranto dal dolore.

     Mentre col braccio destro stringe la mano del figlio, il braccio sinistro è appoggiato sull’ara sepolcrale alla cui base sta accucciato un cane simbolo di fedeltà. In alto, un’urna cineraria sovrastata da due cuori trafitti da un pugnale. Nel fastigio sommitale, fra due mani che si stringono e le iniziali di Iane Krogh, due torce hanno le fiamme capovolte, in segno di lutto.

Monumento funerario a Ettore Bryant Barrett

     Per la famiglia Barrett (Robert nel 1895, insieme a William Robert Sanderson, aveva fondato la società “Sanderson & Barrett” specializzata nella produzione di essenze di agrocotto) lo scultore Giovanni Scarfì aveva realizzato, una prima volta nel 1889, il monumento a Ettore Bryant Barrett e, una seconda volta nel 1917, quello ad Anna De Domenico in Barrett, Gualtiero Briante Barrett e Amalia Barrett.

Il monumento funerario ad Ettore Bryant Barett (11 settembre 1857 – 16 giugno 1887) al Gran Camposanto, in marmo bianco scolpito, si caratterizza per il bel basamento dov’è scolpita ad altorilievo una figura allegorica femminile dalla classica positura, che, in segno di mestizia, con la mano sinistra tiene una ghirlanda che sta poggiando a terra. Al di sopra si eleva una stele tronco-piramidale che reca il ritratto a rilievo dell’estinto, circondato da un serto vegetale. Di notevole effetto plastico le decorazioni floreali di derivazione liberty.

Monumento funerario al capitano J. H. Hill

     Un semplice tabernacolo di ordine dorico dalle essenziali linee neoclassiche è il monumento funerario del capitano inglese  J. H. Hill, morto all’età di 24 anni il 4 novembre 1811. Fu trasferito al Gran Camposanto, nel 1942, dal “Cimitero degli Inglesi” nella penisola falcata di S. Raineri.

Monumento funerario al tenente Jan Pieter Noorduyn

     Di tipologia analoga a quello del capitano Hill, il monumento venne eretto dai commilitoni ufficiali: Tenente nella Marina di “S. M. il Re dei Paesi-Bassi”, Noorduyn morì a  bordo del vascello Reale Guglielmo I, alla rada di Messina, il 16 agosto 1819 all’età di 27 anni.

Monumento funerario De Gregorio Fischer

     Eretto nel 1897 per la famiglia Fischer, un Maximilian Fischer, mercante inglese, giunse a Messina nel periodo delle guerre napoleoniche. Alla fine del secolo XIX, un luogo di ritrovo particolarmente frequentato dalla comunità germanica a Messina era la “Dolceria Tedesca”, di Giorgio Vogelsang e Carlo Fischer.

Monumento funerario M. Haugk De Rocco

     Nella prima metà dell’Ottocento il berlinese Paul Heinrich Franz Sukey ed Hermann Haugk, di Lipsia, erano titolari a Messina della ditta “Sukey & Haugk” che si occupava del commercio all’ingrosso di manifatture. Il monumento funerario al Gran Camposanto è opera di Lio Gangeri del 1875.

Monumento funerario J. C. Bloomfield

     Realizzato nel 1813 dallo scultore messinese Lio Gangeri.

Cappella Peirce al Gran Camposanto

“Giorgio Peirce fu Guglielmo per se e pei suoi perché gli affetti comuni/avessero comune il riposo/1921”: questa semplice ma efficace iscrizione composta dal figlio del capostipite William Henry Peirce, introduce alla vasta cappella progettata nel 1919 dall’architetto Vincenzo Vinci, professionista di spicco negli anni della ricostruzione post-1908 con diverse realizzazioni architettoniche.

     All’interno, elaborati stucchi, bassorilievi e mosaici, testimoniano di quest’amore per lo stile floreale, portato alle estreme conseguenze nel complesso movimento sinuoso di fiamme che scaturiscono da un tripode e ricoprono, partendo dal centro, l’intera lunetta dello sfondo.

Fabbriche e Opifici

La Sanderson a Tremestieri

     Progettata dall’ingegnere napoletano Aristide Caneva, suocero di Giuseppe Bosurgi, nel giugno del 1927 venne visitata dal principe Umberto di Savoia, unica fabbrica cittadina cui riservò le sue attenzioni. In un articolo apparso su “La Gazzetta. Eco della Sicilia e delle Calabrie” del 26 giugno 1927, così viene descritta la cronaca della visita reale: “Agli stabilimenti Sanderson. Alle ore 10 gli stabilimenti della ditta Sanderson a Tremestieri sono pronti ad accogliere l’Augusto Principe. Il cancello d’ingresso sfarzosamente addobbato con nastri e bandiere tricolori da accesso in un largo viale ove prendono posto i fasci e le associazioni dei vicini villaggi. I padiglioni offrono esternamente un prospetto suggestivo essendo essi tutti imbandierati e addobbati con gusto sobrio ed elegante.

      Il comm. Bosurgi durante l’attesa si premura personalmente della ordinata disposizione delle rappresentanze curando minuziosamente che tutto riesca secondo l’ordine prestabilito. Difatti nel largo spiazzale prendono posto gl’intervenuti mano mano che arrivano e fra essi notiamo il vice podestà comm. Carlo Donati, il Barone Arenaprimo, il cav. Avv. Pustorino, il dott. Gatto, il dott. La Spada, il delegato di Tremestieri cav. Restuccia, il direttore didattico cav. Nobile, il delegato di Altolia Silvio Sorrenti e tutto il personale dirigente delle fabbriche Sanderson schierato all’ingresso degli stabilimenti. Un distaccamento della 166° Legione M.V.S.N. al comando del capo manipolo ten.Scalia, presta servizio d’onore unitamente ai centurioni Marullo, Parisi, Moleti, Interdonato e al capo manipolo D’Arrigo, mentre il servizio di ordine pubblico viene mirabilmente disimpegnato da reparti di carabinieri, di agenti di P.S. alle dipendenze dei commissari cav. Saja e cav. Trigona.

           La prima fabbrica, caduta col terremoto del 1908, era stata impiantata nel 1895 da William Sanderson insieme ad Arthur Barrett, per la produzione di essenze e agrocotto. “Acquista da Elisa Lella  - scrivono Michela D’Angelo e Luciana Caminiti  - un terreno prospiciente la stazione di Tremestieri per realizzare lo stabilimento che attrezza con gli impianti provenienti dalla fabbrica di Giuseppe Marangolo, allora considerata all’avanguardia…Nel 1897 la “Statistica industriale” redatta dal Ministero di Agricoltura Industria e Commercio segnala lo stabilimento della ditta SANDERSON BARRETT & C. come il solo “veramente importante” nella provincia peloritana” (13).

     Sciolta la società tra Sanderson e Barrett nel 1898, nel 1906 William Robert si associa con un suo collaboratore, Walter Oates, fino a quando, nell’agosto del 1908, abbandona il settore agrumario cedendo la ditta allo stesso Oates associato a Giuseppe Bosurgi.

       Nel 1967 la ditta è in florida attività e celebra la sua storia con la pubblicazione di un volume dedicato ai suoi 150 anni: lo stabilimento di Tremestieri viene descritto come occupante 100.000 metri quadrati di area con 600 addetti impiegati. “Negli anni Settanta ed Ottanta le perdite – scrivono Michela D’Angelo e Luciana Caminiti – aggravate da un mercato internazionale sempre più concorrenziale, si susseguono. Anche il tentativo di avviare in Germani una fabbrica di bevande non dà i risultati sperati. L’8 luglio 1981 il tribunale di Messina dichiara d’ufficio il fallimento della W. SANDERSON & SONS S.P.A.”

Opificio Weigert

Giuseppe Weigert era un ingegnere tedesco giunto a Messina in seguito ai lavori per l’elettrificazione cittadina. Con Giovanni Pirrone, nel 1894, costituiva la ditta “Weigert & Pirrone” specializzata nella produzione di macchine idrauliche, agricole e industriali. In seguito fondava lo stabilimento meccanico “Weigert, Pirrone & Racanelli”.

L’opificio con annessa fonderia, di cui non rimane più traccia, sorgeva a Tremestieri e produceva anche i piedistalli dei lampioni per la pubblica illuminazione e vari manufatti in ferro battuto. A Messina in particolare, a testimoniare di questa feconda attività, rimangono fra gli altri i balconi in ferro battuto in via Romagnosi, corso Cavour e via I Settembre, i pali di pubblica illuminazione davanti al Palazzo Municipale e alla Cattedrale e la croce in ferro battuto sulla cuspide della facciata del Duomo.

Filanda Mellinghoff

     Friederich Wilhem Mellinghoff, commerciante, giunse a Messina nel 1902. Titolare di una società di importazioni ed esportazioni, poi ceduta a Giulio e Vittorio Andreis e a Wilhem Lindet, Mellinghoff si dedicò all’industria manifatturiera divenendo proprietario di una filanda ubicata nell’area dell’ex monastero basiliano di San Salvatore dei Greci.

     All’estremità sud dell’attuale recinto di pertinenza del complesso del Museo Regionale, il fabbricato con corte interna dell’ex Filanda Mellinghoff sede, finora, della struttura museale, ricorda sbiaditamente quella che per molti secoli fu una delle attività commerciali trainanti e altamente redditizia per Messina: la produzione e lavorazione della seta.

L’ARCHITETTURA

La corrente architettonica a Messina, nell’Ottocento, non poteva che essere quella che confluiva nel Neoclassicismo, sostenuto dal pittore e scenografo Michele Panebianco e dallo scultore, architetto e scenografo Letterio Subba (1789-1860), che lo insegnava nella locale scuola di disegno e di pittura che aveva aperto nel 1823.

Ma chi si distinse su tutti fu certamente Antonio Tardì (1780-1860) che nel suo progetto della chiesa di S. Andrea Avellino a pianta centrica, con ardita e slanciata cupola ed una facciata scandita dal passo modulare di lesene, con timpano triangolare in asse, proponeva le suggestioni di un’architettura classica direttamente ispirata al Pantheon.

Al mondo classico guardava anche il giovane architetto Giuseppe Mallandrino Brigandì nel suo progetto vincitore del concorso per il rifacimento del vecchio Teatro della Munizione, nel misurato uso del bugnato vitruviano e rinascimentale, nel potente e plastico piano superiore scandito da colonnato e trabeazione dorica, nell’attico concluso da un canoviano gruppo marmoreo. L’unica sua opera, ancora esistente a Messina, è la chiesa dedicata a San Marco Evangelista a Mili San Marco (1859), a pianta circolare, protiro sormontato da timpano triangolare di ordine ionico e cupola ispirata al Pantheon.

L’architetto-abate Giacomo Minutoli (1765-1827) con la Palazzata, il Palazzo Senatorio, il Palazzo Pistorio-Cassibile all’angolo di piazza Duomo, il Palazzo dei Padri Minoriti, il convento di San Francesco d’Assisi (poi Palazzo delle Finanze), introduceva i modi di un’architettura monumentale di ordine gigante, di classicismo rinascimentale e manierista.

Il neoclassicismo napoletano penetra a Messina con Pietro Valente (1796-1859), autore del Teatro Santa Elisabetta (poi Vittorio Emanuele) aperto al pubblico il 12 gennaio 1852 con l’opera Il Pascià di Scutari di Gaetano Donizetti.

In quest’edificio, Valente supera la limitativa concezione di esclusivo contenitore di spettacoli, concependo un organismo architettonico polifunzionale, centro di attività culturali: “…il Valente attua nella pianta di questo Teatro una sapiente articolazione di spazi interni per aderire alle varie funzioni che egli assegnava al Teatro come centro di cultura artistica e anche di feste. All’esterno, la sottile spartizione di conci, il rilievo delle paraste, la garbata decorazione plastica e, all’interno negli ordini dei palchetti un accordo di bianco-oro, concretano una raffinata eleganza…”. “E’ chiara la concezione del Valente di far servire il S. Elisabetta non soltanto come un luogo di rappresentazioni teatrali. Piuttosto volle mettere con esso a disposizione della città un insieme accentrato di ambienti di vario tipo e di diversi usi per il ritrovo e le feste;”.

Carlo Falconieri (1809-1891), architetto, letterato e patriota, fu il vero teorico del Neoclassicismo a Messina: “…noi siamo salvi per i prototipi del bello, il Partenone, il Tempio di Giove Olimpico, la Concordia, Segesta, Selinunte, Siracusa, Taormina…”, scriveva nel giornale Il Tiberino da lui fondato a Roma nel 1833 insieme a G. Servi e all’architetto Francesco Gasperoni, il cui programma si poteva sintetizzare nell’intenzione di “…gridare la croce addosso al romanticismo che minacciava di attossicare la pianta della nostra arte”.

A Messina realizzerà la Villa per Tommaso Landi alla Boccetta (1872), ancora esistente, dove manifesta aderenza al goticismo dopo una iniziale, ferma e violenta opposizione allo stile gotico, e la fontana di piazza Ottagona  (dal 1957 in largo Basicò) nel 1842, ispirata al Rinascimento toscano.

Leone Savoja (1814-1885), nel suo Palazzo del Priorato del 1877 (poi Prefettura) e nella Villa Costarelli all’Annunziata, enunciava un’architettura di facciata nitidamente di superficie, perciò di grande eleganza formale e non turbata da plastici aggetti od oscure rientranze. Il tema del giardino assurgeva a sorprendenti esiti di monumentalità nel Gran Camposanto iniziato nel 1865 ed ultimato nel 1872, dove Savoja risolse felicemente l’integrazione fra costruito e natura con la realizzazione di uno scenografico parco.

    Infine Giacomo Fiore (1808-1893), più convinto assertore del neogotico (campanili ai lati dell’abside maggiore della Cattedrale, “Conventino” al Gran Camposanto) che del neoclassico (collaborazione all’architetto Giuseppe Munagò nella progettazione della Camera di Commercio).

    Questi, in rapida sintesi, i presupposti messinesi che portarono, successivamente, all’affermazione del Romanticismo, corrente architettonica tipicamente anglosassone. Scrive, in proposito, Maria Accascina: “Il romanticismo fu sostenuto a Messina dalla cultura degli inglesi e dal loro appassionato amore al goticismo, ma nella costruzione, fu usato dapprima nelle macchine per il gioco di fuoco o in qualche paliotto e in qualche raro pezzo di oreficeria o nel completamento di qualche prospetto (S. Maria della Scala – 1856). Furono, invece, particolarmente accolti due aspetti del romanticismo: l’architettura dei giardini e il restauro ai monumenti gotici.”

Nel 1830-32 sorse la Villa “La Flora” (poi Mazzini) cui succedette il “Giardino a Mare” Umberto I,un gusto già diffuso in Inghilterra dal Brown per i giardini naturali, in spontanea libertà di crescita che avrà grande successo nei parchi suburbani annessi alle ville padronali lungo la Riviera nord e sulla strada del “Dromo”, che da Messina conduceva a Catania.

In sostanza, “Neoclassicismo e romanticismo, penetrano ambedue a Messina, più tardivamente il primo, più sollecitamente il secondo: il neo-classicismo deriva direttamente dal neo-classicismo napoletano di cui è una malinconica propaggine, il romanticismo invece si accende al contatto delle correnti culturali inglesi passate, dal fervore classicista di derivazione palladiana, all’amore per il gotico.”

E sulla scia di questa cultura romantica, soprattutto inglese, per tutto l’Ottocento sorgeranno, nel territorio messinese, ville suburbane e residenze di campagna. Scrive Amelia Ioli Gigante, “…il fenomeno assume sue dimensioni e connotazioni per i caratteri propri dell’ambiente in quanto raccordato con le caratteristiche dell’organizzazione fondiaria, contrassegnata nel circondario di Messina da una enorme parcellizzazione della campagna, da una frammentazione assai fitta e soprattutto dagli orientamenti produttivi protesi a incentrarsi su attività agricole, sulla coltivazione di viti, olivi, gelsi (questi ultimi legati ancora all’esercizio, anche se ridotto, di pratiche seriche) e soprattutto sull’agrumicoltura. Ne derivano perciò tipologie edilizie precise, dimore, date le loro mediocri dimensioni, enfaticamente definite “ville”. Sono talvolta esse stesse chiamate “villini”, ma l’espressione “ville” è assai diffusa anche se con particolari eccezioni e non vi è dubbio che tali elementi dominano lo scenario periurbano con un ritmo più serrato a partire dall’Unità”.

Il territorio costiero messinese, per le sue particolari e spiccate qualità paesaggistiche e ambientali, diviene il sito prediletto per l’edificazione di ville e residenze di campagna. Sorgono così, ad opera delle comunità straniere presenti in città, Villa Peirce a Spartà; Villa Fog a Paradiso; Villa Garnier a S. Agata; Villa Waker a Contemplazione; Villa Pace (Sanderson-Bosurgi) a Pace. Osserva ancora Amelia Ioli Gigante: “Nelle “Marine”, calate nello scenario dello Stretto, si costruiscono numerose ville, elementi edilizi più ricercati, espressioni di una forma “Borghese” di insediamento, dotate di giardino non sempre ampio. E’ uno schema in cui la dimora è presentata con una pianta quadrangolare, con la facciata che dà sulla strada, segnata da un portone d’ingresso al centro e da finestre con “persiane” ai lati, e con un tetto piramidale costituito da tegole di terracotta.”.

Il giardino era pertinente agli spazi di relazione per la possibilità che offriva, agli abitanti della villa, di continuare con il loro “mondo” la complessa esistenza di rapporti sociali in una cornice di “delizie” quale era l’ambiente naturale razionalizzato. A tale scopo, l’area antistante l’ingresso principale era sistemata generalmente a “parterre” mentre la retrostante veniva destinata alla coltivazione di ortaggi ed alberi da frutto.

La tipologia a tutte comune distingue una parte sottostante, generalmente adibita a magazzini, stalle, depositi, e una parte rialzata, di rappresentanza e di abitazione, di notevole altezza al punto da consentire, per alcune stanze, la realizzazione di vani ammezzati da destinare alla servitù. A questo piano nobile si accede per mezzo di più o meno ampie scalee, rampanti, a tenaglia, con più piani scenografici. Attorno e dietro si sviluppa il parco digradante cui si accede dalla larga terrazza sulla quale imposta l’edificio, generalmente balaustrata e affacciata sullo Stretto e comunque sul mare.

Gli influssi stilistici che informano tutta l’architettura delle residenze straniere a Messina sono il Neoclassicismo, l’Eclettismo e il Liberty. Il Neoclassicismo è fondato sulla cultura illuministica, sulla ricerca della verità assoluta con l’elaborazione di canoni proporzionali improntati su esempi classici dove “…il processo di glaciale geometrizzazione viene costantemente operato con il vocabolario greco-romano” (Giulio Carlo Argan). L’Eclettismo sfrutta gli stili del passato dando vita al neogotico, al neoromanico, al neobizantino, al neoegizio secondo un repertorio che ubbidisce a certi criteri tipologici. Così gotico, romanico, bizantino saranno adatti per le chiese; il medioevo e il classico andranno bene per le ville; il rinascimento e il barocco saranno destinati ai palazzi. L’Eclettismo ha termine nel 1859, quando l’architetto inglese William Morris (1834-1895) edifica in Inghilterra la rivoluzionaria “Casa rossa”. Ma, anche nel 1893 con la modernità di uno stile che, tuttavia, avrà vita effimera: l’”Art Nouveau” in Francia; lo “Jugendstil” in Germania (dal nome di una rivista, “Jugend”, che iniziò le sue pubblicazioni a Monaco nel 1896); la “Secession” in Austria (dalle particolari mostre organizzate a Vienna da artisti in aperta ribellione col gusto ufficiale del tempo, appunto, le “Secessioni”); il “Liberty” in Inghilterra e in Italia (dal cognome dell’inglese Arthur Liberty che nel 1875 aprì un negozio specializzato nella vendita di spille, anelli e altri articoli del genere).

Il “Floreale” direttamente ispirato alle curvature e alle sinuosità della natura, però, giungerà tardi in Italia perché l’Eclettismo la farà da padrone e si trascinerà per tutto l’Ottocento, e anche oltre.

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