Casalvecchio Siculo

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Centro agricolo su uno sprone del versante orientale dei monti Peloritani, con 1.152 abitanti su una superficie di 33,4 kmq., sorge a 400 metri sul livello del mare.

Casalvecchio è molto antico e lo si può dedurre anche dal susseguirsi delle varie denominazione che ha avuto: già esisteva in epoca bizantina essendo citato in una scrittura aragonese del 1351 con la sua denominazione greca Palachorion cioè vecchio casale e successivamente con la traduzione latina di Rus Vetus. Nel periodo della dominazione araba della Sicilia prese il nome di Calathabieth. Nel 1862, dopo l'Unità d'Italia prese il nome definitivo di Casalvecchio Siculo per distinguerlo dal Casalvecchio di Puglia.

In epoca saracena godeva di una propria autonomia che perse nel 1139 con la fondazione in epoca normanna di Savoca. Artefice ne fu il re Ruggero II di Sicilia, che facendo costruire un castello in quel luogo, assoggettò tutti i casali circostanti e li riunì sotto la nuova denominazione di Baronia di Savoca.
Fino al 1492, a Casalvecchio, era presente un'importante e laboriosa comunità ebraica: se le origini della presenza ebraica nel territorio casalvetino non sono ben chiare, esistono tuttavia preziosi documenti, risalenti al 1409 ed al 1470, dai quali si evince che tra Savoca e Casalvecchio, in quegli anni, dimoravano circa 250/300 ebrei, ripartiti in circa 50/60 famiglie.

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I giudei casalvetini e savocesi erano soprattutto abili tessitori e tintori e non mancavano quelli dediti alla lavorazione del ferro e della seta ed alla coltivazione della canna da zucchero e della vite. Il gruppo più consistente di ebrei era dislocato nel centro abitato di Casalvecchio, ove esiste ancora una via del centro storico nominata "Strada della Judeca" e in quello vicino di Savoca. Di tale comunità giudaica facevano parte anche persone economicamente agiate, ciò si evince dal fatto che, nel marzo 1492, quando venne emanato l'editto di espulsione da parte di re Ferdinando II d'Aragona, i notabili savocesi e casalvetini del tempo non si fecero scrupoli per accaparrarsi più ricchezze possibili tra quelle confiscate agli ebrei.

Nel centro storico di Savoca, (quartiere San Michele) accanto alla duecentesca Chiesa di San Michele, esistono ancora i ruderi di quella che fu la sinagoga. Anche nella toponomastica e nei cognomi locali sono rimaste evidenti tracce di questa consistente presenza ebraica.
Vari furono i tentativi compiuti dal Vecchio Casale per riacquistare la perduta autonomia e celebre restò quello del 1603 quando riuscì ad ottenere dal Viceré l'indipendenza dalla giurisdizione di Savoca. Ma breve fu la durata, a causa delle ingerenze di Messina, del cui distretto faceva parte Savoca: infatti nel 1606 la Curia Straticoziale di Messina decretò il ritorno di Casalvecchio nello stato di prima.

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Fu il 1795 l'anno in cui Casalvecchio riacquistò definitivamente e completamente l'autonomia civile ed ecclesiastica, per effetto di un Real Dispaccio del 6 luglio 1793 e grazie anche all'impegno di Fra Ludovico di Gesù Maria dell'ordine degli Agostiniani Scalzi. Come primo arciprete fu nominato l'Abate dr Onofrio Casablanca che rimase in carica dal 1796 al 21 dicembre 1812 data della sua morte. Di lui si conserva, nella sacrestia della chiesa madre, un ritratto ad olio su tela di cm 70x90 con una iscrizione in latino: Abate Onofrio Casablanca maestro di belle lettere e di filosofia, Professore di diritto canonico e Dottore in Sacra Teologia, Esaminatore Sinodale della Gran Corte Archimandritale della città di Messina, di questa città Casalvecchio, Arciprete e parroco.

In quel periodo il paese contava chiese n. 4 Preti n. 23 anime n. 1433 come si legge nell'Archivio Archimandritale di Messina. Evidentemente intraprendere la vita ecclesiastica era una tradizione fortemente radicata a Casalvecchio e infatti dal 1826 al 1958 sono stati ordinati 47 sacerdoti casalvetini come risulta dalle ricerche e dagli scritti compiuti dell'arc. Mario D'Amico. Nel 1817, dopo l'abolizione del feudalesimo in Sicilia, il comune di Casalvecchio venne inserito nel Circondario di Savoca, allora facente parte al Distretto di Castroreale.

Molti furono i caduti nelle varie guerre e fra di essi si distinguono il tenente Elia Crisafulli, medaglia d'oro (guerra 1915/18); il mar. Antonino Lo Schiavo, medaglia d'oro (guerra 1940/45); il sergente maggiore Paolo Casablanca, medaglia d'argento (guerra italo-turca 1911 e deceduto nella guerra del 1915/18).

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Il paese ha raggiunto una notevole espansione demografica fino agli anni trenta quando contava quasi 5000 abitanti ed era il comune più popoloso dell'intera vallata.
Nel 1929 perse nuovamente la tanto agognata autonomia e con un decreto di Benito Mussolini fu aggregato insieme a Savoca al comune di Santa Teresa di Riva, tanto da far scrivere in un suo libro ad Alberto Alberti, noto pedagogista casalvetino, "Nacqui in un paese che non c'era. Abolito per decreto di Mussolini...".

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Riacquistò definitivamente l'autonomia il 12 luglio 1939 con la legge n. 861 del 22 maggio 1939, perdendo tuttavia alcune frazioni rispetto al 1929: Misserio, Fautarì, parte di Contura e Mallina, che rimasero a Santa Teresa di Riva (le ultime due passarono poi a Savoca all'atto della ricostituzione di questo comune nel 1948). Il paese quindi andò incontro ad un progressivo ridimensionamento del numero di abitanti anche per un processo di emigrazione dovuto a mancanza di lavoro. Periodicamente torna a popolarsi nel periodo estivo per il ritorno degli emigrati.

La Chiesa Madre dedicata a S. Onofrio (sec. XVII) conserva un'acquasantiera marmorea del 1686, una tela di Gaspare Camarda (1622) e la statua di "S. Onofrio" in argento realizzata dallo scultore messinese Giuseppe Aricò.

Da visitare la chiesa di S.Teodoro (sec. XVI) che custodisce dipinti del pittore casalvetino Antonino Cannavò (sec. XVII); quella dell'Annunziata (sec. XVI) che conserva un dipinto di autore anonimo raffigurante l' "Annunziata" (sec. XVII), una scultura lignea con l' "Angelo Annunziante" (1742) di Francesco De Nardo e una tela con "S. Antonio Abate" (1760) di ignoto autore e la chiesa di San Cosimo (sec. XVIII).

Una visita a parte e particolarmente approfondita merita la chiesa dei SS. Pietro e Paolo d'Agrò, sulla sponda sinistra del torrente omonimo.

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Realizzata, in origine, dai monaci basiliani verso il 560, fu distrutta dagli Arabi e ricostruita nel 1172 dall'architetto Gerardo il Franco, come si legge nell'iscrizione in greco antico sull'architrave del portale d'ingresso. Abbandonata dai monaci nel 1794, si caratterizza per la particolare policromia ottenuta con l'uso di laterizio rosato, dell'arenaria gialla, del candido calcare e della nera pomice lavica.

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Festa di Sant'Onofrio

Tradizionalmente la festa di Sant'Onofrio, anziché il 12 giugno (suo giorno canonico, e in cui si svolge solo una semplice processione), si svolge nella seconda domenica di settembre e si protrae durante l'intera settimana con varie manifestazioni. Ogni sera si svolgono diverse sagre: della salsiccia, dei maccheroni, della porchetta, del pane condito, tutte innaffiate dal vino locale ed accompagnate da vari gruppi musicali. Una serata è dedicata alla commedia teatrale.

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Il sabato pomeriggio si svolge il tradizionale gioco delle pignatte e musticheddi: si tratta di una tipica "pentolaccia", infatti vari concorrenti bendati si alternano nel tentativo di colpire con un bastone delle pentolacce di terracotta ripiene di premi o acqua ed appesi in alto su una fune fra gli schiamazzi e il disturbo degli spettatori. La serata del sabato si conclude con un concerto sinfonico della banda comunale e con lo sciccareddu, un asinello stilizzato (fatto di canne, legno e carta e ricoperto da innumerevoli giochi pirotecnici) portato sulle spalle da una persona che ballando al suono della banda gira per la piazza spaventando e divertendo la folla.

La domenica, nel primissimo pomeriggio, accompagnato ed annunciato dal suono di un tamburo, gira per le strade del paese il caratteristico camiddu, un cammello di legno e stoffa con due persone sotto e un cammelliere che lo tiene a bada. Si tratta di un'antica tradizione che affonda le sue radici nella storia e nelle beghe politiche con la vicina Savoca: infatti un tempo rappresentava un vero e proprio sfottò nei confronti di Savoca, che vista da Casalvecchio ha proprio l'aspetto di un cammello. Propriamente il cammelliere (Casalvecchio) doma e controlla il riottoso cammello (Savoca). In serata si svolge la sontuosa processione della preziosa statua d'argento di Sant'Onofrio.

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