La Cittadella

Dopo la fallita rivolta antispagnola iniziata da Messina, alleata con la Francia, il 7 luglio 1674 e conclusa il 17 settembre 1678 con le trattative di pace tra Francia, Spagna e la sua alleata Olanda, a Nimega, il 5 gennaio 1679 giungeva in città il nuovo Vicerè Don Francesco Benavides, conte di S. Stefano. Il giorno dopo egli  avviava una ferocissima restaurazione con un proclama, nel quale, si elencavano tutte le soppressioni cui andava soggetta la ribelle città: abolizione del Senato, della Zecca, del Porto franco e dello Stratigò; chiusura dell’Accademia della Stella e dell’Università, i cui privilegi furono trasferiti al Gymnasium Siculorum di Catania, rimasta fedele alla Spagna; confisca di tutti i beni appartenenti ai ribelli e trasferimento delle ricche biblioteche e dei manoscritti greci in Spagna. La città, non più esemplare e “Caput Regni” ma dichiarata “morta civilmente” e spogliata dei suoi privilegi municipali, trasferiti a Simancas. Il Palazzo Senatorio in piazza Duomo viene abbattuto e sulla nuda terra viene fatto passare l’aratro seminandovi sale, mentre, sulla penisoletta di San Raineri, veniva iniziata la costruzione della Cittadella, materializzazione della “longa manus” spagnola.

L’architetto fiammingo Carlos de Grunenbergh, incaricato di progettarla, pensò ad una fortezza con pianta pentagonale bastionata agli angoli che presentava l’innegabile vantaggio di essere totalmente staccata e isolata dalla città, quindi strategicamente più funzionale. Inoltre, consentiva l’assoluto e completo controllo del porto e della città stessa, come specificava il de Grunenbergh in una relazione dell’aprile 1680: “…la ciudadela que se ha prepuesto al braço de S. Raniero ha sido, por las razones siguientes, el primero por tener de continuo el ingresso en la Ciudad que per senorear el puerto,…sin permettir commercio por qualquier pretestos con los naturales, que es la razon por que se funden, y servirlos de fresno…”. Che si tratterà di una costruzione particolarmente difficile ed impegnativa, verrà dimostrato dal lento progredire dei lavori testimoniato dai diversi disegni relativi agli stati di avanzamento, eseguiti dallo stesso progettista e datati, 1 maggio 1681; 27 gennaio 1682; 18 settembre 1682; 11 maggio 1684; 24 aprile 1685, con l’indicazione cromatica delle opere già realizzate e di quelle in corso di esecuzione; 20 giugno 1686, con la Cittadella inserita nel tessuto urbano e indicata come ultimata, anche se, effettivamente, ancora incompleta.

Il 6 novembre 1686 fu solennemente inaugurata ed in tale occasione venne issato lo stendardo reale accompagnato dagli spari di tutta l’artiglieria. Per la sua costruzione furono spesi 673.937 scudi ed un intero quartiere, dove abitavano 8.000 persone, venne completamente raso al suolo. Si abbatterono, inoltre, sontuosi palazzi e parecchie chiese, fra le quali, S. Giovanni Nepomuceno; S. Elena; S. Omobono; S. Maria della Grazia con l’attiguo convento dei Carmelitani; il monastero dei Benedettini e la “torre mozza”, di origine saracena, che sorgeva nei pressi della porta est della Cittadella.

La fortezza era ritenuta inespugnabile ed infatti, in tutta la sua esistenza, subì tre sole rese non dovute peraltro ad assalti: agli Spagnoli nel 1718; alle armate di Carlo di Borbone nel 1735 ed infine, quella del 12 marzo 1861 alle truppe italiane comandate dal generale Cialdini. Non sempre, però, le sue artiglierie tuonavano con intenzioni offensive: le feste secolari in onore della Madonna della Lettera, infatti, venivano salutate in segno di giubilo con lo sparo di “100 e 1 colpi di cannone”.

Sostanzialmente, la pianta radiocentrica adottata per la Cittadella di Messina non era un’assoluta novità per quei tempi, rappresentando il tipo canonico molto usato nelle fortezze della seconda metà del Cinquecento in Europa, fra le quali, sono da ricordare quelle di Outreau (1542); Nancy (1556); Torino (1560); Pamplona (1560) di Giacomo Palearo; Anversa (1566) di Francesco Paciotto; Varadino (1569) e Agria (1572). Circondata dall’acqua per tutto il suo perimetro e ulteriormente rafforzata sui fronti nord e sud da due “rivellini” (bastioni a cuneo avanzati), costituiva l’immediata traduzione dei caratteri strategico-militari della fortezza imprendibile rinascimentale.

L’architettura imponente e massiccia della Cittadella, al pari di tutte le architetture militari concepite come strutture rigidamente funzionali ed essenziali, non si abbandonò nella globalità a concessioni estetiche, concentrando, invece, in maniera eclatante, tutta la variegata ed esplosiva tipologia decorativa nei portali con le caratteristiche decorazioni a spirali, chiocciolette di gusto spagnolesco eseguite dai maestri Biundo, Amato e Viola, già noti nel panorama artistico

del tempo come “lapidarum  incisores  messanenses”. Esemplare in tal senso, nella sua magniloquenza formale e compositiva, è la “Porta Grazia”, così denominata perché ubicata nello stesso posto in cui sorgeva il convento di S. Maria della Grazia, dal 1961 sistemata nell’impropria sede di piazza Casa Pia. Lo sviluppo planimetrico della fortezza, recintata d’alte mura e da larghi fossati comunicanti col mare che la circondavano per tutto il suo perimetro, accessibile soltanto per mezzo di ponti levatoi, sintetizzava magistralmente i dettami dell’architettura militare del secolo precedente. E, nei cinque bastioni emergenti (“Norimberga”, “S, Carlo”, “S. Francesco”, “S. Stefano” e “S. Diego”) veniva ulteriormente ribadita l’affermazione del “sistema bastionato italiano” quale diretta conseguenza dell’avvento delle artiglierie che avevano già fatto tramontare, per sempre, la difesa medievale cosiddetta “all’arma bianca”.