Domenica, 01 Settembre 2019 17:52

Statua di Messina

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Dirimpetto al Municipio lato mare, al centro della Piazza Giacomo Minutoli,  è posta la statua di marmo simboleggiante Messina, scolpita da Giuseppe Prinzi nel 1859.  Originariamente essa era riposta nel primo pianerottolo dello Scalone d’Onore del Palazzo Municipale e dopo il terremoto del 1908 e la distruzione dell’edificio, venne conservata all’interno del Museo Regionale. Dopo il restauro eseguito da Francesco Finocchiaro nel 1973, è stata collocata in largo Minutoli.  Oltre agli emblemi del commercio, la statua reca nella mano destra il decreto del 1838 con il quale Ferdinando II concesse nuovamente alla città il porto franco.

Ogni anno il 28 dicembre, in occasione della ricorrenza del terremoto che semidistrusse la città, la Confraternita della SS. Annunziata dei Catalani, con in testa il suo Governatore, ripone ai piedi  del monumento una corona d’alloro in memoria di tutti i caduti di quel triste giorno.

Negli anni 2001/2002 l’Archeoclub di Messina presieduto dal prof. Vito Noto ha curato, a proprie spese, il restauro di conservazione della statua, con la direzione lavori affidata all’architetto Fabio Todesco.   

Domenica, 01 Settembre 2019 17:50

Monumento ai Caduti

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In Piazza Unione Europea e sul suo lato destro, inquadrato in una cornice di querce e palme si erge il Monumento ai Caduti della prima  Guerra Mondiale, realizzato nel 1936 da G. Nicolini. Nel 1950 è stata aggiunta una lapide per ricordare anche i caduti del Secondo Conflitto Mondiale.

Sulla base marmorea, davanti ad una stele di marmo rossastro, il gruppo bronzeo rappresenta un fante a capo scoperto e, un poco più indietro, ai suoi fianchi, un marinaio ed un aviere. Sulla stele risaltano due aquile, mentre ai lati della base due vittorie alate guidano i fanti e cavalieri alla battaglia.

Domenica, 01 Settembre 2019 16:30

Immacolata di Marmo

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Realizzato ed inaugurato l’8 dicembre del 1757, il monumento all’Immacolata sorse su una piazzetta allora denominata “del Pentedattilo” e, poi, “della Concezione”, in onore della Vergine (quasi di fronte alla scomparsa chiesa di S. Nicolò sul corso Cavour, dove oggi sorge il palazzo della Provincia Regionale). Sull’antica piazza era anche ubicata la casa di Matteo Palizzi, stratigò tiranno che impose alla città esorbitanti tasse e balzelli. Giuseppe Buceti, autore anche del busto del vicerè di Sicilia don Eustachio duca di Laviefuille (1753), ideò per la sua opera un alto basamento di forma troncopiramidale adornato da angeli e da epigrafi, ispirandosi alla Vara dell’Assunta.

La tradizione storica vuole, infatti, che il monumento venisse eretto quale ex voto cittadino in ringraziamento alla Vergine, nello stesso sito dove nel 1681 e nel 1738 (la Vara passava, allora, dalla via dell’Uccellatore, attuale corso Cavour) caddero dalla “machina” festiva i sei personaggi viventi posti alla sommità, quattro angeli, il Cristo e l’Alma Maria, restando miracolosamente illesi.imm_2.jpg

Danneggiato dal terremoto del 1783, il monumento venne restaurato nel 1815 e, dopo il sisma del 1908, ricollocato nella sede attuale. 

Domenica, 01 Settembre 2019 16:29

La Madonnina del porto

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Al turista che arriva a Messina via mare, dal Continente con le navi delle Ferrovie dello Stato, la prima visione all’imboccatura del Porto è data dalla meravigliosa stele votiva che s’innalza sulla punta estrema del braccio di S. Raineri, proprio al centro dell’ansa portuale. In cima alla stele, eretta a testimonianza della fede del popolo messinese verso la Sua Patrona, la statua della Madonna della Lettera con la mano alzata, in atto benedicente della città. Alla base, le semplici e belle parole ricavate dalla lettera che Maria di Nazareth consegnò ad una delegazione messinese che l’andò a trovare in Palestina nell’anno 42 d.C.

VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS

La stele, con il basamento, è alta 60 metri; sorregge un globo di diametro m.2,60 sul quale poggia la statua dorata della Madonna alta sette metri. Questa colonna votiva fu voluta da Mons. Angelo Paino, Arcivescovo di Messina, che intese porre all’ingresso della città la statua di Maria, eletta Patrona dei messinesi.
Venne modellata da Tore Edmondo Calabrò che prese a modello la statua argentea di Lio Gangeri, posta sulla varetta e portata in processione ogni anno il 3 giugno in occasione della festa della Santa Patrona. Il basamento fu progettato dall’ing. Francesco Barbaro, e, la sua fusione in bronzo dorato, commissionata alla ditta Cerri di Milano.

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Il 12 agosto 1934, alle ore 17, Mons. Paino la consacrò ufficialmente e la statua fu illuminata direttamente dal Pontefice Pio XI, da Castelgandolfo,  con  un’apparecchiatura radio- elettrica ad onde ultra corte messa a punto da Guglielmo Marconi. Una copia fedele in cristallo della statua della Madonnina, realizzata dalla ditta Fontana di Milano, fu regalata da Mons. Paino a Pio XI subito dopo la sua inaugurazione. Alla morte del Papa, il suo successore Pio XII la volle restituire alla città, che ancora la conserva nella Biblioteca Painiana situata a Giostra, nel Seminario Arcivescovile.

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Danneggiata durante la guerra del ‘42/’43, fu restaurata e riaccesa da Papa Pio XII con lo stesso sistema, da Roma, il 14 agosto 1947.

In occasione del 383° anniversario della partenza dal porto di Messina della flotta cristiana comandata da Don Giovanni D’Austria, che si recava nelle acque di Lepanto dove annientò la flotta ottomana di Alì Bassà, sul capo della Madonnina è stata riposta una corona indorata alla presenza del Card. Ernesto Ruffini, Arcivescovo di Palermo.

                                                                                                               

Domenica, 01 Settembre 2019 06:45

Scalinata Santa Barbara

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La scenografica scalinata S. Barbara, fiancheggiata da una cortina continua di edilizia abitativa del ‘700 e dell’’800, dalla via Tommaso Cannizzaro conduce alla barocca chiesetta della Madonna della Rosa ed al sovrastante Viale Italia. Essa rappresenta un prezioso brandello superstite di sistemazione urbana pre-terremoto, sviluppandosi sull’area sommitale del bastione S. Barbara facente parte della cinta muraria fatta realizzare da Carlo V nel giugno del 1537, e, a ridosso dell’antico borgo del Tirone, porzione significativa di tessuto urbano settecentesco ed ottocentesco della città.

Prende il nome di “S. Barbara” perché prima del sisma del 1908, sulla rampa iniziale nell’omonima attuale piazza, affacciava il complesso religioso monastico alla santa dedicato. In origine la scalinata collegava la parte bassa della città con il Noviziato dei Padri Gesuiti (1576), istituto religioso di formazione dei novizi che, appunto, aspiravano ad entrare nell’Ordine fondato nel secolo XIV da Sant’Ignazio di Lojola. Dopo il 1908, andato parzialmente distrutto il Noviziato dagli eventi tellurici ed edificato, al suo posto, il complesso di edifici militari della caserma “Sabato”, la scalinata venne interrotta dal tracciato della Circonvallazione (viale Italia) la cui realizzazione ebbe inizio nella prima metà degli anni Trenta.

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La chiesa Madonna della Rosa, cui conduce nella parte alte la scalinata, è un oratorio di proprietà privata appartenuto alla famiglia Stagno D’Alcontres Villadicani di Mola. Prende anche il nome di S. Maria della Mercede al Tirone da una bella statua settecentesca che mons. Guglielmo Stagno D’Alcontres, ausiliare del Cardinale Giuseppe Guarino, rilevò dalla chiesa della Mercede di via I Settembre quando i Padri Mercedari, a causa delle leggi eversive del 1866, dovettero abbandonarla. Per la stessa ragione la chiesetta viene anche intesa “Madonna della Rosa” come quella, appunto, dei Mercedari di via I Settembre. Ricostruita la facciata dopo il sisma del 1908, la chiesa conserva sul prospetto laterale, che affaccia sulla scalinata, una finestra seicentesca in pietra calcarea, sormontata da una pregevole testa d’angelo in altorilievo.

Lungo la gradinata si sviluppano, senza soluzione di continuità, abitazioni del‘700 e dell’’800. Si tratte di rare e preziose testimonianze di architettura del ceto medio-popolare dei secoli passati, con tipologie edilizie che, oltre al piano nobile, comprendono anche il piano ammezzato o “mezzanino”. Gli edifici si caratterizzano per le cornici sagomate di porte, finestre e balconi in pietra calcarea, edificati sugli spalti del cinquecentesco bastione S. Barbara e che ancora mantengono la numerazione civica in piastrelle maiolicate precedenti al terremoto.     

Domenica, 01 Settembre 2019 06:45

Regina Elena

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Nella Via Cesare Battisti, in Largo Seggiola, si erge il monumento alla Regina Elena del Montenegro inaugurato il 26 giugno 1960 a ricordo della sua  impegnativa opera assistenziale svolta nel gennaio del 1909 a favore della città terremotata. Scolpita a Firenze da Antonio Berti e realizzata con i fondi raccolti dal giornale “La Settimana Incom illustrata”, si eleva su un piedistallo marmoreo dove ai quattro lati del basamento, bassorilievi in bronzo attestano l’opera umile e il prodigarsi generoso della regina con i messinesi, duramente colpiti dal terremoto.

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La sovrana è raffigurata in un provvisorio ospedale allestito sulla nave regia, mentre sorregge la testa di un ferito con accanto una suora,  una crocerossina ed un ufficiale medico; nell’atto di accarezzare alcuni bambini feriti che si avvicinano a lei;  mentre tiene in braccio un bambino appena estratto dalle macerie ed in mezzo a numerose vittime (anche se, quest’ultima raffigurazione, è frutto di fantasia poiché, per espresso divieto del re Vittorio Emanuele III, la regina non sbarcò dalla nave essendo la città soggetta ancora a crolli e scosse tellurichtelluriche di assestamento).

Domenica, 01 Settembre 2019 06:44

Annibale Maria di Francia

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Nell’omonima piazza, all’incrocio con la Via Santa Cecilia e la Via Cesare Battisti, è ubicata una statua in bronzo su basamento di marmo, opera dello scultore messinese Mario Lucerna  e collocata nel 1968. L’opera raffigura il Santo Annibale Maria di Francia, fondatore nel 1882 delle Figlie del Divino  Zelo, dei Rogazionisti del Cuore di Gesù, nel 1886, e di molti Orfanotrofi Antoniani. Tutte le Congregazioni da Lui fondate hanno  “ case “ in diversi paesi del mondo.

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Annibale Maria di Francia svolse la sua opera a Messina nel quartiere Avignone, il più povero e il più malfamato della città ed è rimasto vivo, nei messinesi, un detto che diceva: “ cu va a casa du Patri Francia, trasi, si ‘ssetta e mancia”, detto popolare che dice tutto sulla bontà di Padre Annibale. La devozione del “Pane di S. Antonio” ebbe la sua origine nel 1887, negli Orfanotrofi Antoniani di Messina, dopo che la signora Maria Consiglio vedova Miceli, in quell’anno, elargì la somma di lire 60 al Canonico Annibale Maria di Francia, con la precisa preghiera di comprare altrettanto pane per gli orfanelli e le orfanelle da Lui raccolti, ad onore di S. Antonio di Padova.

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Con ciò, la pia signora veniva a sciogliere il voto fatto al grande Taumaturgo, per avere liberata lei e la sua famiglia dal colera.  

Domenica, 01 Settembre 2019 06:44

Don Giovani d'Austria

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In Piazza Catalani, alla fine della via Cesare Battisti, si erge il monumento a Don Giovanni D’Austria, opera di Andrea Calamech,  scultore ed architetto carrarese, del 1573. Commissionata dal Senato messinese nel 1572, in occasione della vittoria nella battaglia di Lepanto contro la flotta turchesca il 7 ottobre 1571, la statua in bronzo presenta finissime decorazioni e raffigura Don Giovanni d’Austria, eroe della battaglia navale e figlio naturale di Carlo V , che calpesta la testa del turco Alì Bassà in segno di vittoria.

La statua bronzea è posta sopra un basamento marmoreo decorato con un fregio ad armature e scudi, e, alla base, con quattro pannelli bronzei che rappresentano: il primo, sul fronte della statua, celebra la vittoria di Lepanto e ricorda il numero delle navi impiegate e i nomi dei senatori messinesi del tempo; il secondo raffigura lo scontro delle flotte cristiana e turca; il terzo la sconfitta turca e il quarto la flotta cristiana che rientra in porto vincitrice,  con una veduta panoramica dall’alto della città.

Originariamente collocata in piazza del Palazzo Reale, fu danneggiata da una cannonata degli spagnoli durante la rivolta del 1674-78.

Restaurata, è stata ancora danneggiata dal terremoto del 1783 e spostata nella piazza antistante la Chiesa dei Teatini nel Corso Cavour. Dopo la ristrutturazione urbanistica della città successiva al 1908, tale piazza fu abolita e la statua sistemata nell’attuale sede.

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Da dodici anni nella prima settimana d'agosto, organizzato dall'Associazione Aurora con la regia di Enzo Caruso, si svolge un corteo storico per rievocare lo spettacolare sbarco di Don Giovanni d'Austria a Messina un palio marinaro con le classiche barche "paciote" a 4 remi che ogni anno si contendono il Palio il tutto aricchito da un numeroso contoerno di barche e altre manifestazioni che coinvolgono turisti e cittadini per tre giorni.

 

 

Domenica, 01 Settembre 2019 06:44

Monte di Pietà

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Era il 1541 quando fra’ Egidio Romano dell’Ordine degli Agostiniani Eremitani, durante il Quaresimale nella Cattedrale di  Messina, conduceva una fervente e appassionata predica rivolta in massima parte ai cittadini di ceto nobile presenti, esortandoli a costituire una Confraternita che si occupasse di confortare, accompagnare ed assistere fino alla fine i condannati alla pena capitale, perché non fossero dileggiati dalla plebe durante il percorso al patibolo.

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Le infuocate parole del predicatore ottennero l’effetto voluto, e, il 10 marzo 1545, la Confraternita iniziò ufficialmente la sua attività, eleggendo a protettrice del pio sodalizio la Madonna Addolorata, intesa popolarmente della Pietà e scegliendo per abito il sacco di colore azzurro, sia perché sottolineasse la mestizia e severità del castigo e sia perché indicasse ai giustiziati la speranza di poter salire al Cielo, dopo sincero pentimento, ciò che fornì il nome di “Azzurri” ai componenti dell’istituzione.

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Il 1575 è un anno foriero di morte per la Sicilia, a causa di una terribile pestilenza portata da una nave approdata in Siracusa e, nella sola Messina, il propagarsi dell’epidemia provocò la morte di quarantamila persone. Cessato il contagio, la città ebbe a trovarsi in difficilissime condizioni economiche, per cui, alla predica fatta nel Duomo durante il periodo di Quaresima del 1580 da Frà Silvestro da Rossano dell’Ordine dei Cappuccini, che inveiva contro la diffusa ed immoderata usura che colpiva particolarmente le classi meno abbienti e più deboli, seguì l’anno dopo, nel 1581, la costruzione a spese dell’Arciconfraternita degli Azzurri, del Monte di Pietà, che, esercitando il credito su pegno con un basso tasso d’interesse, sottraeva  i poveri ed i  bisognosi dalle grinfie degli strozzini. Non si sa chi sia stato l’autore di questo primo nucleo del Monte di Pietà, peraltro non più esistente, in quanto sicuramente demolito nel 1616 quando s’iniziarono i lavori relativi al suo ampliamento.

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Dopo aver redatto i relativi Capitoli, il 2 luglio del 1616, il 30 luglio dello stesso anno i lavori erano già stati iniziati in quanto il progettista, l’architetto dell’Ordine gesuitico Natale Masuccio, interviene di persona, come testimone ad un atto del notaio Gregorio Comunale, in cui si specifica che essendo nell’intenzione da parte della Confraternita di “dictum montem ampliare et augmentare” erano già state gettate “quedam fundamenta in strata publica”, quando i lavori vennero sospesi giudiziariamente per l’opposizione di un certo “V.J.D. Franciscus M.a Macrì”, proprietario di alcune case confinanti. Da questi atti, a parte certe considerazioni di carattere stilistico, si desume con sicurezza che l’autore del progetto del piano terra del Monte di Pietà fu l’architetto Natale Masuccio, che a quell’epoca aveva 55 anni.

117.jpgPare certo, comunque, che il Masuccio non potè vedere la sua opera ultimata e nemmeno iniziata, se non nelle sole fondazioni, essendo morto tre anni dopo nel 1619 e che quindi la direzione dei lavori venne curata da altro architetto di cui, per il momento, non conosciamo il nome. Il Monte di Pietà, infatti, potè essere iniziato a costruire dopo che le case del Macrì, vendute alla Confraternita, passarono definitivamente in proprietà all’acquirente, e ciò avvenne nel 1646.

Non sappiamo se l’architetto subentrato al Masuccio, dopo il 1619, ne rispettò totalmente il progetto o vi aggiungesse qualcosa di suo e cosa; è certo, però, che il Masuccio era architetto molto caro ai messinesi per cui, se modifiche vi furono, queste saranno state molto contenute e limitate.

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Ancora viva e palpitante a Messina è l’eredità architettonica di Andrea Calamech che aveva portato nella città un gusto manierista toscano che traduceva in strutture il linguaggio manierista degli scultori e dei pittori. Architettura di effetti bizzarri e spettacolari, di chiaroscuri, di evidenziate sporgenze e rientranze delle masse, di illusori effetti spaziali che coinvolgono, chiamandoli a far parte del “giuoco”, gli elementi decorativi, mensole di balconi, cornici, portali, conci di chiave d’archi, bugne. E’ appunto la diretta visione delle opere del Calamech, completata dall’assimilazione del manierismo michelangiolesco e dallo studio dell’ordine gigante dei grandiosi monumenti romani, che orienteranno il gusto architettonico del Masuccio.

L’influenza del Calamech la si può notare evidente nella composizione del portale d’ingresso, anche se il Masuccio, in parte, se ne discosta nell’uso delle colonne bugnate e del timpano curvo spezzato al di sopra della cornice. Dall’andito di accesso coperto con volta a botte, si giunge al bellissimo loggiato a tre arcate coperte da volte a crociera, elemento di filtro e di mediazione fra il Monte di Pietà e il cortile interno, fra il costruito e il non costruito.

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Nel 1741, in occasione della seconda “Festa Secolare” per il duecentesimo anniversario della fondazione della Confraternita, viene costruita la monumentale scalinata scenografica con movimenti concavo-convessi, realizzata in soli tre mesi su progetto dell’architetto Antonino Basile e del pittore Cav. V. Placido Campolo che morirà a Messina due anni dopo, nel 1743, di peste, in marmo rosso venato di Taormina e in pietra di Siracusa. Sul primo ripiano, in posizione centrale, viene collocata la fonte marmorea con statua muliebre di forme prosperose raffigurante la Pietà e intesa anche dell’”Abbondanza”, opera di Ignazio Buceti, seduta su un monticello con la mano sinistra portata al seno e la mano destra tenente una cornucopia che versa monete, simboli allusivi alla pietà ed alla speranza di buona fortuna, particolarmente rispondenti alle funzioni che si esercitavano, appunto, nel Monte.

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Danneggiato nei terremoti del 5 febbraio 1783 e 28 dicembre 1908, oltre che dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, il complesso architettonico è stato restaurato negli anni Ottanta, prodigio di architettura manierista che, fortunatamente, ancora oggi possiamo ammirare in tutto il suo splendore, svettante sulla via 24 Maggio.

E, con esso, evocare dalle brume del passato storie di miseria e grandezza, di lusso e povertà, di vita e di morte barocca.

Domenica, 01 Settembre 2019 06:43

Cimitero Monumentale

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Nel progettare il Cimitero monumentale (posto a concorso dal Comune di Messina nel 1853-54, iniziato nel 1865 ed ultimato nel 1872), si può senz’altro affermare che il suo autore, l’architetto messinese Leone Savoja (20 ottobre 1814 – 10 maggio 1885), fu un vero e proprio interprete della corrente del Romanticismo a Messina, perché attiene al gusto del romantico la sua sistemazione urbanistica: quella dell’architettura dei giardini. Cultura tipicamente anglosassone ed amore per la natura, per il paesaggio, per gli spazi scenograficamente aperti alla panoramicità che porteranno il Savoja a scegliere non una zona qualunque della città, ma quella zona, l’unica che avrebbe dato risalto al tono celebrativo che si era prefisso.

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Costruire con la natura e nella natura fu l’obiettivo del Savoja che ideò un impianto urbanistico monoassiale che ha la sua partenza dall’ingresso principale, con le canoviane are classiche sormontate da angeli dolenti sulle sommità dei pilastri del cancello di accesso. E’ ingresso e termine allo stesso tempo, luogo dell’ultimo addio, conclusione del funebre corteo. Poi, come un’onda ascensionale, si dipartono simmetricamente i vialetti sinuosi alberati che dopo un lento defluire confluiscono in alto, a formare un quadrivio, un teatro le cui quinte scenografiche sono costituite ancora dalle alberature.

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Perno ed elemento ordinatore di questo vasto giardino di siepi e sempreverdi, la Cappella della Nobile Arciconfraternita degli Azzurri di Gregorio Bottari, allievo e collaboratore del Savoja.

Il moto ondoso continua, si fa “giardino all’italiana” negli ultimi viali alberati a losanga che preludono alla, scrive Francesco Basile, “…larga pausa di esclusivo valore architettonico, con l’ampia scalea marmorea che la precede, la sequenza ininterrotta degli alti colonnati, continuati in lunghe ali laterali, il tempio a cupola sul punto di saldatura centrale”. E’ il palazzo nobiliare, la villa dei morti illustri, l’ellenistica Ara di Pergamo, il Famedio.

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Oltre di esso, il moto ondoso affannato si placa, l’architettura dei giardini cessa, la solennità elegiaca si attenua, la maestà e la gravità della morte si acquietano: libera, isolata sulla vetta della collina, quasi surreale, si eleva l’acutissima guglia neogotica del Conventino o “Cappella Espiatoria”, rigorosamente in asse con la sistemazione sottosante, conclusione visiva e simbolica di un percorso naturale, paesaggistico, panoramico, di dolore, di raccoglimento, umano ed ultraterreno.

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Il Gran Camposanto venne inaugurato il 6 aprile 1872 in occasione della solenne tumulazione delle ceneri di Giuseppe La Farina, che la città di Torino aveva restituito a Messina dopo averle custodite, sin dal 1863, accanto a quelle di Gioberti e di Pepe. Lo scultore Gregorio Zappalà realizzò il monumento funerario del grande letterato e pariota messinese che riposa nel “Famedio”, accanto a quelli del giurista e statista Giuseppe Natoli (scultore Lio Gangeri) e del poeta Felice Bisazza (scultore Gaetano Russo).

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Il cenobio

Il cenobio, in stile neogotico, si trova nella parte alta del Gran camposanto e si raggiunge da un viale alberato su una spianata.

All'interno ospita numerosi monumenti sepolcrali di ragguardevole valore artistico: al piano terra si trovano due stanze, la sacrestia e la chiesa. Al piano superiore si trova una grande salone ed una passerella con delle finestrelle che danno sulla chiesa e la scalinata. Conosciuto anche con i nomi di cappella gotica o conventino, la sua progettazione è attribuita a Giacomo Fiore (1808-1893).

Fino al 1908, la cappella fu adibita allo svolgimento di funzioni religiose, fu la sede degli uffici del Gran camposanto e ospitò l'alloggio del cappellano-direttore e del suo coadiutore. Il sisma del 1908 provocò danni agli elementi decorativi senza comprometterne gli elementi strutturali.

All'inizio degli anni trenta fu oggetto di un intervento di restauro, nel corso del quale fu anche notevolmente modificata la distribuzione interna. I lavori terminarono nel 1932 e nell'ottobre dello stesso anno fu inaugurato.

I riti religiosi continuarono ad esservi officiati fino agli anni ‘50 ma soltanto in occasione della commemorazione dei defunti e del terremoto. La spianata circostante ospita pregevoli monumenti sepolcrali, quasi tutti realizzati fra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.

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Il famedio

I lavori per la costruzione del famedio cominciarono nel 1865 su progetto di Leone Savoja. L'opera fu inaugurata il 27 marzo 1872 e vennero trasferite delle spoglie di Giuseppe La Farina da Torino che furono tumulate nella tomba scolpita da Gregorio Zappalà.

Il famedio è una sorta di mausoleo ed è attraversato da una galleria sotterranea, rassomigliante a delle catacombe, per la tumulazione dei morti. La facciata è caratterizzata da un elegante colonnato ma causa la prematura morte del Savoja, la parte monumentale più bella non fu costruita.

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Ospita ancora oggi le tombe di uomini illustri come Felice Bisazza e Giuseppe Natoli, cui fu dedicata l'erezione del monumento sepolcrale (opera dello scultore Lio Gangeri) nel loggiato sovrastante.

È stato gravemente danneggiato dal terremoto del 1908 che provocò il crollo di parti del complesso e in particolare della copertura, che non fu più ricostruita.

 

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