Museo Regionale Interdisciplinare

Istituito nel 1806 “per porre fine alle spoliazioni d’arte”, dalla Reale Accademia Peloritana su iniziativa di Carmelo La Farina (uno dei soci che fu anche il primo direttore), il Museo civico peloritano si avvalse delle eterogenee raccolte Alojsio, Arenaprimo, Ciancialo, Grosso-Cacopardo e Carmisino e di una raccolta di dipinti dal XIV al XVIII secolo di proprietà del Senato messinese che concesse anche un contributo per il suo funzionamento.

La prima sede del Museo fu in via Rovere, presso l’Archivio degli atti notarili.
Successivamente fu trasferito in locali predisposti dall’Università, da dove – incrementatosi notevolmente per l’incameramento dei beni ecclesiastici provenienti dalle corporazioni religiose soppresse con la legge di liquidazione del 1866 – fu trasportato nel 1884 in un edificio di via Peculio Frumentario e sei anni dopo nei locali riadattati dell’ex-monastero di San Gregorio che sarà la sede definitiva fino al 1908.

Nelle sale dell’ex-monastero, in seguito ad acquisizioni e legati ereditari, si andrà formando e sedimentando una copiosa messe di materiali eterogenei: oltre i mobili e gli oggetti d’uso culturale, provenienti dal patrimonio ecclesiastico, e ai dipinti ad olio di varie epoche e scuole, anche una ricca collezione numismatica, tipologicamente classificata in monete mamertine, greche e repubblicane romane dal II al I secolo, in gran parte provenienti dalla raccolta del Grosso-Cacopardo e degli eredi acquistata e donata al Museo dal Comune di Messina.
Notevoli sono inoltre: la collezione di settantaquattro vasi di maiolica a smalto con rilievi – eseguiti, tra la fine del ‘400 e l’inizio del secolo seguente, dalle fabbriche di Urbino, Casteldurante e Faenza – proveniente dalla farmacia dell’ospedale civico di Messina, una raccolta di armi antiche, la collezione completa della Gazzetta Britannica, giornale dei tempi di Gioacchino Murat, manoscritti vari, cinque codici latini provenienti probabilmente dalla Biblioteca dei Benedettini distrutta nel 1848 e, infine, un gran numero d’incisioni di Alojsio Iuvara, del Raimondi, pergamene dal 1200 al 1500, sarcofagi e sculture marmoree di varie epoche.
Tal elencazione, necessariamente incompleta, delle raccolte contenute nel Museo civico, oltre ad essere giustificata dalla perdita di molto materiale nel sisma del 1908, tende anche a sottolineare quel che del resto è peculiare a gran parte dei musei civici post-unitari italiani, vale a dire la loro funzionale specificità di luoghi di deposito e di raccolta con fini essenzialmente tutelativi e rappresentativi.

Il terremoto del 1908, provoca il crollo del museo e la perdita d’alcune opere. L’eccezionalità della situazione, l’improvvisazione e l’urgenza dell’intervento fanno sì che s’instauri un criterio selettivo nell’operazione di recupero e di primo soccorso. Le opere maggiori sono collocate al coperto, le altre in ritrovi di fortuna e nella spianata.
La necessità di una rapida ricostruzione è subito avvertita e nel 1909 la Commissione Interministeriale, in una graduatoria delle opere pubbliche da edificare, colloca al quinto posto la sede del Museo Civico.

Per due anni, dal 1909 al 1911, procede l’opera di recupero del materiale crollato che viene raccolto in magazzini affittati nell’area destinata ad accogliere il nuovo museo – la spianata di San Salvatore dei Greci –, nei Magazzini generali del Dazio, nei Magazzini della Dogana e tra le rovine della chiesa di Santa Maria Alemanna.
A gran parte di questo materiale, costituito da frammenti architettonici e decorativi, le Autorità pubbliche – lo denuncia chiaramente il soprintendente Rao in un rapporto del 1915 – danno un non trascurabile apporto “con la sistematica demolizione di parti monumentali ritenute pericolose per la pubblica incolumità, laddove anche potevano essere salvate, il materiale d’arte che si trova al Deposito del Museo, proviene o dai recuperi fatti dalle macerie, o dalle demolizioni e dagli smontaggi di edifici monumentali che non si sono potuti conservare”.

Nel novembre del 1914, un decreto regio statalizza il Museo Civico. In questi stessi anni la necessità di una definitiva sistemazione viene recepita da più parti. Ad Enrico Mauceri, divenuto direttore nel 1922, si devono una prima sistemazione dei locali – benché inadeguati dell’ex-filanda –, l’ordinamento e l’esposizione dei materiali ed un primo registro inventariale.

Nell’ottobre del 1949 la direzione del Museo viene assunta da Maria Accascina. In tale periodo si procede ad un sommario restauro dell’edificio, si esegue una ricognizione dei dipinti (esposti nelle sale e affastellati nei magazzini), delle ceramiche, delle monete e degli arredi sacri e si formano tre sezioni per l’esposizione: la pinacoteca, la scultura antica, medievale, rinascimentale e barocca. Infine si procede ad una selezione dei materiali nella spianata, ricostruendo portali e sculture del XV secolo, e alla documentazione fotografica di quasi tutti i quadri e i marmi più pregevoli.
Nel 1954, il Museo può così riaprire i battenti, anche se irrisolti permangono i problemi della sua definitiva sistemazione e quelli relativi alla sicurezza: provocano ad esempio una grande risonanza nell’opinione pubblica e un’interpellanza alla Camera dei deputati la scoperta di un furto di dipinti e la conseguente sostituzione con dei falsi, avvenuta nel 1951.

Nel 1959, l’architetto Aldo Grillo, soprintendente ai monumenti del Lazio, a seguito dell’incarico assunto sei anni prima, presenta alla Direzione generale Antichità e Belle Arti del Ministero della P. I., un progetto d’ampliamento della sede esistente.

La proposta dell’architetto Grillo – che ingloba in una rigida struttura, materiali e funzioni, e sembra compromettere la libera ed articolata rotazione espositiva e, quindi, la mobilità dell’ordinamento, carattere precipuo di un museo moderno – non viene però accolta dal Ministero che lascerà senza seguito la presentazione nel 1961 di un progetto elaborato da Franco Miniss.

Intorno agli anni 1971-’72, la Cassa per il Mezzogiorno stanzia una somma di circa un miliardo di lire ed il Ministero della P. I. affida agli architetti Scarpa e Calandra la stesura di un programma edilizio per la costruzione della nuova sede nell’area della spianata di San Salvatore. Tale programma, sottoposto al vaglio del Consiglio Superiore Antichità e Belle Arti del Ministero, viene approvato.
Si provvede quindi, dopo circa un triennio, a formalizzare il progetto di massima dell’edificio, la cui realizzazione per la lievitazione dei costi, avvenuta nel frattempo, avrebbe richiesto un onere di quattro miliardi. Dopo il rifiuto della Cassa di partecipare alle spese, subentra “regionalizzato” il Museo nel 1977, la Regione siciliana che, nell’inverno di due anni dopo, autorizza il finanziamento dell’opera.

Nel 1977 la competenza sul museo passa alla Regione Siciliana, che diviene Museo regionale interdisciplinare di Messina. Nel 1984 il museo viene ordinato ed allestito secondo un sistema storicistico.

Il progetto Scarpa-Calandra e le soluzioni ottimali che propone (fra le molte anche il recupero del patrimonio architettonico senza il falsante criterio del ripristino) non trova però sbocco all’attuazione.
Nel frattempo la commissione giudicatrice, incaricata d’esaminare i progetti del nuovo Museo presentati alla gara d’appalto-concorso indetta dal Comune di Messina, approva quello firmato dagli architetti F. Basile e M. Manganaro che è in corso di realizzazione.
In attesa della realizzazione definitiva del complesso, si è provveduto di recente ad una totale ristrutturazione della sede esistente, elaborando dati ed indicazioni del progetto base Scarpa-Calandra.
Il nuovo ordinamento, che ha all’interno ha rinnovato l’antico edificio, è stato curato dalla direttrice del Museo, Francesca Campagna Cicala e dall’architetto Antonio Virgilio.

Messina fu probabilmente la prima città siciliana ad ospitare artigiani bizantini esperti nella lavorazione a intarsio, in cui veniva usata a comporre elaborati disegni la tecnica a “mischio”. Questa consisteva nell’inserimento di scaglie e tessere di marmo di diversa cromia (perlopiù di provenienza locale) e di una particolare sostanza vetrosa dalla colorazione azzurrina tipica dell’area messinese.
Gli esemplari di tarsie marmoree esistenti nel Museo provengono in gran parte dalle distrutte chiese di San Nicola e di San Gregorio: le colonne intarsiate lungo il fusto e nella base (XVII sec.), il paliotto con motivi floreali, uccelli e stemma vescovile centrale entro due riquadri delimitati di fasce di cromia contrastante, e ancora il gruppo di lastre a tarsia marmorea con lapislazzuli e pietre a pasta vetrosa e la lastra con grande insegna araldica.
Alla prima metà del secolo XVII appartengono, inoltre, due pannelli a tarsia: uno con motivo prospettico, tavola imbandita e pavimento a riquadri, l’altro con fontana centrale e pesci guizzanti (attualmente collocati in magazzino).
È esposto infine un pannello murale a tarsia con effetti prospettici e illusionistici raffigurante un portello girevole da clausura nei cui ripiani sono collocati vari oggetti d’uso quotidiano.

Il materiale ligneo comprende le travi dipinte a tempera dei secolo XIII e XIV provenienti dal soffitto del Duomo e raffiguranti Angeli guerrieri, San Giorgio e Giona che esce dalla bocca della balena.
Sono esposte inoltre opere eseguite con tecnica a mosaico da mosaicisti messinesi: la Madonna in trono, di epoca angioina, ma bizantineggiante nella “razzatura rilucente d’oro” (Consoli) e la duecentesca Madonna della Ciambretta, opera di maestranze bizantine e locali che operavano insieme in quel dato momento storico.
Ancora a quel periodo appartiene la Croce stazionale attribuita a alla bottega di Giunta Pisano. È presente un crocifisso in legno policromo appartenente ad un autore probabilmente della metà del secolo XV. Un altro reperto esposto è l’Arca funeraria di Francesca Lanza Cybo (1618) in bronzo dorato, marmo, legno e rame sbalzato.

Fra gli arredi sacri sono notevoli: un graduale inedito del 1481 opera di un frate dalmatico, proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Gesù Inferiore, la tonacella con ricami di pavoni, testine ed uccelli in seta policroma su fondo avorio, il paliotto detto della Ciambretta del secolo XVII lavorato a ricami con fili d’oro ed argento, perline, coralli e pietre dure, i settecenteschi paliotti in lamina d’argento e rame sbalzato, la croce astile del secolo XVII con il Crocifisso e l’Immacolata in lamina d’argento lavorata a sbalzo e cesello, il braccio reliquario di Sant’Alberto dei secoli XVI e XVII, il reliquario a forma di croce in argento e cristallo di rocca, il settecentesco ostensorio in argento e rame dorato con globo sormontato dal pellicano.

Opera di maestranze messinesi quattrocentesche sono ancora la croce astile in bronzo con figure di profeti e di santi incise su smalti e la pisside, datata 1614, lavorata a sbalzo e a cesello, inedite entrambe.

Dalla bottega di Francesco Donia proviene il calice, datato 1667, riccamente lavorato con testine alate, scudi ovoidali, cartocci alternati a corone e foglie lanceolate nel bordo della base. Opera di maestranze locali sono anche i diademi in argento dorato dei secoli XVI e XVII. Infine, sempre della seconda metà del secolo XVII e proveniente dalla chiesa di San Paolo, è la pregevole Croce in bronzo e corallo che presenta molti riscontri con esemplari analoghi di scuola trapanese.
Non esposti ma da ricordare sono ancora il paliotto – in lamina d’argento lavorato a sbalzo e con rilievi a tuttotondo d’angeli reggicorona con scene della vita di San Benedetto entro riquadro centrale polilobato e ritratti di Santi dell’ordine in medaglioni ovali (1714) – e la testa di Santo (Camillo o Gaetano) in argento rifinito a bulino del secolo XVIII.
Ottima sistemazione ha trovato invece la berlina del senato messinese, proveniente dal Palazzo Senatorio, lavorata ad intagli e a tuttotondo con fregi in legno dorato, opera pregevole di Domenico Biondo, con scene dipinte a fresco da Letterio Paladino (1742).